Pollo alla fiorentina con spinaci e panna: perché diventa acquoso e lascia i denti ruvidi

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Se vi capita di leggere un menu a New York, a Londra o ad Amsterdam e trovate un piatto alla fiorentina, non aspettatevi una bistecca alta tre dita cotta sulla brace. Nel 90% dei casi vi arriverà pollo, pesce o pasta annegati in una crema di spinaci con panna e formaggio. Per un italiano è quasi comico: a Firenze alla fiorentina significa un’altra cosa, e nessuna cucina toscana tradizionale ha mai messo la panna sugli spinaci. Eppure quel piatto esiste, è amatissimo all’estero e in Italia è entrato di prepotenza nei ricettari casalinghi. Il problema è che, così com’è, tende a fallire sempre negli stessi due modi: il fondo del piatto si allaga di acqua verdastra e la bocca resta ruvida, con un retrogusto quasi metallico sui denti.

Non è sfortuna e non è colpa della panna scadente. Sono due fenomeni fisici e chimici perfettamente prevedibili. E una volta capiti, si risolvono in cinque minuti.

Perché fuori dall’Italia alla fiorentina vuol dire spinaci

La convenzione nasce nella cucina francese classica, quella che ha codificato per iscritto centinaia di guarnizioni con nomi geografici: alla portoghese vuol dire pomodoro, alla milanese impanato, alla fiorentina spinaci. Questi nomi non descrivono la cucina reale di quei luoghi, sono etichette di servizio nate nelle brigate ottocentesche per far capire al cameriere cosa c’era nel piatto senza scrivere l’elenco degli ingredienti. Dalla Francia il codice è passato agli alberghi internazionali, poi ai menu americani, dove le uova alla fiorentina (uova in camicia su letto di spinaci) sono diventate un classico del brunch.

Il risultato è un cortocircuito linguistico: gli spinaci con panna e noce moscata sono un piatto profondamente francese e anglosassone, che porta il nome di una città italiana dove quel piatto non esiste. A Firenze, con lo stesso aggettivo, si indicano la bistecca, la trippa, il pollo fritto, la ribollita: cose che con gli spinaci non hanno alcun rapporto.

La leggenda di Caterina de’ Medici: perché non regge

La spiegazione che circola da oltre un secolo è affascinante: Caterina de’ Medici, sposando Enrico d’Orléans nel 1533, sarebbe arrivata in Francia con i suoi cuochi fiorentini e con una passione tale per gli spinaci da imporli a corte, tanto che ogni piatto con spinaci prese il suo nome d’origine. È una bella storia. È anche, con ogni probabilità, una ricostruzione romanzata costruita a tavolino nell’Ottocento, quando la storiografia gastronomica amava le origini nobili e i personaggi simbolo.

I problemi sono almeno tre. Primo: lo spinacio non aveva bisogno di essere importato. Pianta di origine persiana, era già coltivata e ampiamente documentata in Europa mediterranea nei secoli precedenti, arrivata attraverso la Spagna araba e diffusa in orti e ricettari medievali sia italiani sia francesi. Secondo: le guarnizioni con nomi geografici nascono nella codificazione della cucina professionale francese di primo Ottocento, quasi tre secoli dopo il matrimonio. Terzo: nessun documento coevo attesta un seguito di cuochi fiorentini che rivoluziona la cucina di corte. La leggenda serve a spiegare a posteriori un’etichetta di menu, non a raccontare un fatto storico.

Morale: quando ordinate qualcosa alla fiorentina in un ristorante estero, state mangiando un pezzo di storia della ristorazione internazionale, non di Toscana. E adesso passiamo alla parte che vi salva la cena.

Il fondo del piatto si allaga: la colpa non è della panna

Lo spinacio è tra gli ortaggi a foglia più ricchi di acqua: oltre il 91% del suo peso fresco. Le foglie sono un contenitore sottilissimo pieno di liquido, tenuto insieme dalla pressione interna delle cellule. Quando le scaldi, le membrane cellulari si rompono e quel liquido esce tutto, in una volta. Ecco perché una montagna di foglie che riempie una pentola si riduce, in un minuto, a un fondo grigio-verde che sta in un pugno: il volume crolla a circa un decimo.

Numeri concreti da tenere a mente in cucina: da 500 grammi di spinaci freschi, dopo scottatura e strizzata, restano in media 130-160 grammi di foglie utili e circa mezzo bicchiere di liquido. Se non tirate via quel liquido prima di aggiungere la panna, finirà nel piatto e diluirà tutto. La salsa non si è slegata: è stata annacquata dall’interno.

La sequenza corretta è controintuitiva ma decisiva:

  1. Scottare le foglie in acqua bollente per 30-60 secondi, non di più, poi raffreddarle subito in acqua fredda per fermare la cottura e fissare il verde.
  2. Strizzare a mano, energicamente, meglio dentro un canovaccio pulito. Deve uscire liquido a filo.
  3. Pesare: se non avete perso almeno il 60-70% del peso di partenza, non avete strizzato abbastanza.
  4. Tritare grossolanamente al coltello, non nel frullatore (il frullatore rompe ulteriormente le fibre e libera altra acqua).

Ossalati e latticini: il mistero dei denti ruvidi

Questo è il punto che quasi nessuno spiega, e che genera più frustrazione: la crema sembra sabbiosa, in bocca resta una patina che stride sui denti, e arriva un retrogusto vagamente metallico. Molti pensano di aver impazzito la panna. Non è così.

Lo spinacio è ricco di acido ossalico e dei suoi sali, gli ossalati. È una molecola con una grande affinità per il calcio: quando incontra il calcio di panna, latte, ricotta o parmigiano, forma ossalato di calcio, un sale praticamente insolubile che precipita in microcristalli. Sono cristalli minuscoli, invisibili, ma abbastanza duri e appuntiti da farsi sentire come una ruvidità sullo smalto e sulla lingua. È lo stesso meccanismo che rende gli spinaci crudi in quantità un alimento da consumare con misura per chi ha una storia di calcoli renali di ossalato di calcio.

La buona notizia: gli ossalati più aggressivi sono quelli solubili, e l’acqua bollente li porta via. La scottatura breve con successivo scolo dell’acqua (che va buttata, non riutilizzata) riduce in modo significativo il contenuto di ossalati solubili delle foglie. Ecco perché lo stesso gesto che risolve il problema dell’acqua risolve anche quello della bocca ruvida: scottare e strizzare fa due lavori con una sola mossa.

Secondo effetto collaterale, questa volta positivo: legando il calcio, gli ossalati ne riducono l’assorbimento. Gli spinaci sono un’ottima fonte di folati, vitamina K, carotenoidi, ferro e potassio, ma non sono la fonte di calcio che molti immaginano, proprio perché una parte del minerale resta bloccata nei cristalli. Abbinarli a un latticino non è quindi un errore nutrizionale: semplicemente, quel calcio in parte non passa.

Perché la panna si separa e come legare senza farina

Il secondo modo in cui il piatto fallisce è la salsa che si divide in una parte grassa e una parte acquosa granulosa. Qui entrano in gioco le caseine, le proteine del latte. Restano sospese e stabili finché l’ambiente è poco acido e la temperatura non è eccessiva. Bastano due condizioni per farle aggregare: un colpo di acidità (succo di limone, vino bianco, pomodoro) e un bollore vigoroso. Insieme, sono la ricetta della granulosità.

Pollo alla fiorentina con spinaci e panna: perché diventa acquoso e lascia i denti ruvidi

Regole operative semplici:

  • Panna, mascarpone o formaggio grattugiato vanno aggiunti a fuoco spento o molto basso, mantenendo la salsa sotto la soglia dei 80-82 gradi. Se sobbolle, siete già oltre.
  • Il limone si aggiunge per ultimo, fuori dal fuoco, poco e mescolando. Se volete più acidità, usatelo sul piatto finito e non nella salsa.
  • Preferite panna con almeno il 30-35% di grassi: più grasso significa più stabilità. Le panne leggere e i latti scremati si slegano molto più facilmente.
  • Per legare non serve farina: due o tre cucchiai di acqua di cottura della pasta, ricca di amido disperso, addensano la crema in modo elastico e lucido. L’amido lega l’acqua libera e forma un velo protettivo attorno ai grassi, esattamente quello che vi serve.
  • Il parmigiano va aggiunto a pioggia e mescolato subito: buttato in blocco su un fondo caldo, fila e si separa dal grasso.

Il pollo: la finestra di sicurezza che non va sbagliata

Nella versione con il pollo, il petto è la parte più delicata: magrissimo, passa in pochi secondi da succoso a stopposo. La regola pratica è cuocerlo separatamente dalla salsa, rosolandolo bene, e portarlo al cuore tra i 68 e i 72 gradi, misurati con un termometro a sonda nella parte più spessa. Dopo la cottura serve un riposo di 5 minuti fuori dal fuoco: la temperatura interna sale ancora di qualche grado e i succhi si redistribuiscono invece di finire sul tagliere. Solo alla fine il pollo torna nella crema di spinaci, che a quel punto è tiepida e non deve più bollire.

Spinaci freschi o surgelati per una salsa cremosa

Per una crema, i surgelati non sono un compromesso: spesso sono la scelta migliore. Vengono raccolti e scottati entro poche ore, quindi hanno già perso una parte degli ossalati solubili e sono più stabili nel colore. Attenzione a due cose: vanno scongelati e strizzati come i freschi, senza pietà, perché il ghiaccio superficiale è acqua che finirà nel piatto; e vanno scelti in foglie, non in cubetti tritati finissimi, che rilasciano ancora più liquido e danno una consistenza da omogeneizzato.

Gli spinaci freschi restano preferibili quando la foglia deve restare riconoscibile, e vanno lavati in tre acque: la sabbia si annida nella parte alta del gambo e una sola sciacquata non basta. In Italia il periodo migliore va dall’autunno alla primavera, con i mesi più freddi che danno foglie più dolci e concentrate: nelle zone più miti del Centro-Sud si semina da fine estate fino a inizio inverno, al Nord conviene anticipare, e in ogni caso lo spinacio odia il caldo, che lo manda a fiore anticipando la fine del raccolto.

Cosa faceva davvero la cucina italiana con gli spinaci

Vale la pena ricordare che la tradizione italiana non ha mai avuto bisogno della panna per valorizzare questa verdura. La cucina povera lavorava per sottrazione: spinaci lessati e strizzati, ripassati in padella con olio o burro e uno spicchio d’aglio, poi limone a crudo. Oppure spinaci in brodo, o serviti come letto per un uovo. Nelle case si faceva il tortino di spinaci con uova e formaggio, la torta salata con pasta matta, il ripieno di ravioli e tortelli con ricotta, che è il vero incontro storico tra questa foglia e un latticino. E lo strizzato non si buttava mai a caso: quel liquido verde, in tempi in cui non si sprecava nulla, finiva nel brodo.

Chi vuole una crema morbida senza panna può frullare gli spinaci strizzati con un cucchiaio di ricotta e un po’ di acqua di cottura: si ottiene la stessa avvolgenza con metà dei grassi e senza il rischio che la salsa si divida.

L’avvertenza finale che quasi nessuno dà

C’è un aspetto di sicurezza alimentare che riguarda specificamente le verdure a foglia, e gli spinaci in particolare, perché accumulano nitrati dal suolo in quantità superiori a molti altri ortaggi. I nitrati in sé sono poco problematici, ma se la verdura cotta resta a lungo a temperatura ambiente la flora batterica presente può convertirli in nitriti, e i nitriti, ad alte dosi, interferiscono con la capacità del sangue di trasportare ossigeno. È un rischio concreto soprattutto per i lattanti e i bambini molto piccoli, il cui sistema enzimatico è meno pronto a gestirli.

Le regole sono semplici e valgono per qualunque piatto a base di spinaci cotti, panna o non panna:

  • Non lasciare gli spinaci cotti a raffreddare lentamente sul piano di lavoro: raffreddamento rapido e frigorifero entro un’ora o due.
  • Conservare in contenitore chiuso e consumare entro 24 ore.
  • Riscaldare una sola volta, portandoli bene a temperatura, e mai riscaldare gli avanzi degli avanzi.
  • Per bambini sotto l’anno, meglio preparare e servire subito, evitando la catena cottura-frigo-riscaldo.

Alla fine il piatto alla fiorentina è un piccolo monumento all’equivoco culinario: un nome sbagliato, una leggenda troppo bella per essere vera e una tecnica che quasi tutti eseguono al contrario. Il segreto sta in un gesto che sembra brutale e invece è il più rispettoso: strizzare le foglie fino all’ultima goccia. Poi la panna può entrare in scena, tiepida e senza fretta, e stavolta resta dove deve stare.

Fonti

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