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C’è un sugo italiano che rompe la prima regola imparata in cucina: quella di aggiungere sale. La pasta alla puttanesca non si sala, si dissala. Acciughe, capperi e olive arrivano in padella già carichi di sodio, e se ci si comporta come con un normale sugo al pomodoro — sale nell’acqua, pizzico nel tegame, pecorino sopra — il risultato è un piatto che asciuga la bocca e obbliga a bere mezza caraffa d’acqua.
Non è pignoleria da chef. È una questione di numeri, di chimica del gusto e — sorpresa — anche di storia, perché il nome di questo piatto non viene affatto da dove quasi tutti credono.
Il sugo che si sala al contrario
In una puttanesca fatta come si deve entrano tre ingredienti conservati sotto sale o in salamoia: i filetti di acciuga, i capperi e le olive nere. Ognuno dei tre è, di fatto, un concentrato di cloruro di sodio camuffato da ingrediente.
Gli ordini di grandezza aiutano a capire. I capperi conservati sotto sale possono arrivare, prima del risciacquo, a contenere diversi grammi di sale per ogni cucchiaio, perché il sale non è un condimento ma il mezzo di conservazione. Le acciughe sotto sale, secondo le tabelle di composizione degli alimenti del CREA, sono tra i prodotti ittici più ricchi di sodio in assoluto, con valori enormemente superiori a quelli del pesce fresco. Le olive in salamoia, a seconda del metodo di lavorazione, viaggiano tipicamente tra l’1,5 e il 3% di sale sul peso della polpa.
Se si sommano una decina di olive, un cucchiaio abbondante di capperi e due o tre filetti di acciuga, si può facilmente raggiungere — per una sola porzione — una quantità di sale paragonabile all’intera dose giornaliera consigliata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda agli adulti meno di 2 grammi di sodio al giorno, cioè meno di 5 grammi di sale, poco meno di un cucchiaino raso. L’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, indica 2 grammi di sodio al giorno come il livello per cui esiste sufficiente fiducia in un rischio cardiovascolare ridotto nella popolazione adulta. In Italia, come nella maggior parte dei Paesi europei, il consumo medio reale è circa il doppio.
Ecco perché la puttanesca è un caso limite: è forse l’unico piatto della tradizione in cui il cuoco attento deve pensare a togliere sale, non ad aggiungerlo.
Dissalare per davvero: capperi, olive, acciughe
I capperi: sotto sale, mai sott’aceto
I capperi buoni — quelli di Pantelleria o delle Eolie, ma anche molte produzioni siciliane e pugliesi — si conservano sotto sale marino. Il caso dei capperi sott’aceto è diverso: l’acidità aggiuntiva appiattisce la dolcezza del pomodoro e spinge il sugo verso una nota aspra che copre tutto il resto. Per la puttanesca vanno i capperi sotto sale.
Il trattamento corretto è semplice e va fatto con calma: si mettono in un colino, si sciacquano sotto l’acqua corrente strofinandoli tra le dita per staccare i cristalli, poi si lasciano in ammollo in acqua fredda per 10-15 minuti, cambiando l’acqua almeno una volta. Non di più: un ammollo troppo lungo porta via anche la parte aromatica e i composti che danno al cappero il suo profumo caratteristico. Il bocciolo del cappero, come documentato dalla letteratura scientifica sulla Capparis spinosa, è ricco di flavonoidi come rutina e quercetina, e i processi di conservazione e dissalatura ne modificano il profilo. Insomma: sciacquare sì, lessare no.
Le olive: meglio snocciolarle a mano
Le olive di Gaeta, o in generale le nere in salamoia della tradizione tirrenica, sono la scelta classica. Le olive già denocciolate vendute in barattolo hanno due difetti: assorbono più salamoia (il buco lasciato dal nocciolo è una porta aperta per il sodio) e spesso hanno una polpa molle che in padella si sfalda.
Il gesto giusto è schiacciarle con il palmo della mano o con la lama piatta di un coltello ed estrarre il nocciolo: la polpa si rompe in pezzi irregolari che rilasciano sapore senza spappolarsi. Se le olive sono particolarmente sapide, un risciacquo veloce sotto l’acqua fredda basta. Gli studi sulla dissalatura delle olive da tavola mostrano che il sodio esce dalla polpa con una cinetica piuttosto lenta e che l’ammollo prolungato porta via anche minerali e qualità sensoriali: quindi meglio un risciacquo breve che un bagno di mezz’ora.
Le acciughe: fondono a 60-70 °C, non a 120
Questo è l’errore più comune in assoluto. Le acciughe non si sciolgono nell’olio bollente: si accartocciano, si asciugano e diventano amare. Le proteine del pesce, già in parte demolite dalla lunga maturazione sotto sale, si disgregano bene in un olio semplicemente caldo, intorno ai 60-70 gradi — cioè quando l’aglio comincia appena a sfrigolare, non quando fuma.
La sequenza corretta: olio in padella a fuoco basso, spicchio d’aglio in camicia, filetti di acciuga (sciacquati se sotto sale, sgocciolati se sott’olio), e poi si schiacciano con il dorso di una forchetta finché non scompaiono. Devono sparire alla vista e restare solo nel gusto. Se si vede ancora il filetto intero a fine cottura, il sapore non è passato al sugo: è rimasto lì, concentrato, e chi lo trova in bocca sente solo una bomba di sale.
Quanto sale nell’acqua della pasta
La regola classica — 10 grammi di sale per litro d’acqua — nasce per condimenti neutri. Con la puttanesca va dimezzata, o addirittura azzerata.
La ragione è pratica: la pasta assorbe una parte del sale disciolto durante la cottura, e quel sale si somma a quello che arriva dal sugo. Con acciughe, capperi e olive già in padella, salare l’acqua normalmente significa sommare due dosi piene. Le nonne del Sud lo sapevano benissimo e avevano una formula più memorabile di qualsiasi tabella nutrizionale: chi mette olive e capperi non mette sale nemmeno nell’acqua.
Un compromesso ragionevole per chi teme la pasta sciapa: 4-5 grammi di sale per litro, cioè metà dose. E il resto lo fa il sugo.
Perché sembra salata anche con poco sale
Qui entra in gioco la parte più interessante, e più controintuitiva: il sapore percepito come salato non coincide con il sale aggiunto.
Le acciughe maturate sotto sale sono ricchissime di glutammato libero, l’amminoacido responsabile del gusto umami. Il pomodoro maturo e cotto ne è un’altra fonte importante. E il pesce apporta anche nucleotidi come l’inosinato. La ricerca sensoriale ha dimostrato che glutammato e inosinato insieme producono un effetto sinergico: non solo aumentano l’intensità dell’umami, ma potenziano anche la percezione di salato, molto più di quanto farebbe ciascuno da solo. Studi condotti su alimenti reali, non solo su soluzioni in laboratorio, hanno mostrato che l’aggiunta di sostanze umami permette di ridurre sensibilmente il sodio mantenendo un gradimento simile, e modelli epidemiologici hanno stimato riduzioni significative del consumo medio di sale applicando questo principio su scala alimentare.
Tradotto in cucina: la puttanesca ha già dentro di sé un amplificatore naturale di sapidità. Aggiungere sale è come alzare il volume a una radio che sta già gridando.
Sugo troppo salato: i tre rimedi che funzionano davvero
Capita. Le acciughe variano molto da produttore a produttore, i capperi pure. Se il sugo è già sbilanciato, le strade sensate sono tre.
- Allungare con il pomodoro. Aggiungere altra passata o altri pelati diluisce la concentrazione di sodio e riporta l’equilibrio. È il rimedio più efficace perché agisce sulla causa.
- Far saltare la pasta in padella con l’acqua di cottura. L’acqua amidacea è l’unico correttore vero: l’amido lega il condimento, distribuisce il sale su tutta la superficie della pasta e attenua i picchi di sapidità. Va scolata molto al dente e mantecata, non condita nel piatto.
- Aumentare la quantità di pasta. Meno elegante, ma matematicamente imbattibile: lo stesso sodio distribuito su più porzioni.
Quello che invece non funziona è lo zucchero. È una leggenda dura a morire: lo zucchero non toglie il sale, aggiunge solo una nota dolce che confonde il palato e trasforma un sugo salato in un sugo salato e stucchevole. Stessa sorte per il trucco della patata cruda immersa nel sugo: assorbe un po’ di liquido, quindi un po’ di sale disciolto, ma la concentrazione resta praticamente invariata.

E il pecorino sopra? È un errore, e non solo per tradizione
Sulla puttanesca il formaggio grattugiato non ci va. Il motivo tradizionale è che nella cucina di mare napoletana il formaggio non si abbina al pesce, e qui le acciughe sono pesce a tutti gli effetti. Ma c’è anche una ragione tecnica: i formaggi stagionati come pecorino e parmigiano sono alimenti a elevato contenuto di sodio. Metterli su un piatto già al limite significa sommare sale a sale. In più, il loro aroma intenso copre l’origano e il profumo dei capperi, che sono esattamente le note che rendono riconoscibile il piatto.
Perché si chiama puttanesca: la storia vera
La versione più diffusa — quella del piatto veloce preparato nelle case chiuse dei Quartieri Spagnoli, o del profumo usato per attirare i clienti — è affascinante ma non ha riscontri documentali solidi. La ricostruzione più accreditata porta altrove: all’isola di Ischia, negli anni Cinquanta.
La scena, raccontata più volte anche dai protagonisti, è quella di un ristoratore ischitano, Sandro Petti, del locale ‘O Rangio Fellone, punto di riferimento della dolce vita isolana. A notte fonda arriva un gruppo di amici affamati, la cucina è ormai chiusa e la dispensa quasi vuota. Alla sua protesta rispondono con una frase diventata leggenda: fai una puttanata qualsiasi. In napoletano l’espressione significa semplicemente una cosa buttata lì, senza pretese. Petti mette insieme quello che resta — pomodoro, olive, capperi, aglio, peperoncino — e nasce il piatto, che entra in carta con quel nome.
Il primo riferimento scritto al nome risale in effetti alla seconda metà del Novecento, il che rende improbabile una tradizione ottocentesca legata ai bordelli. In napoletano, tra l’altro, il piatto ha un nome molto più prosaico e descrittivo: aulive e chiapparielle, olive e capperi.
Con o senza acciughe: due scuole
Nella versione napoletana più antica, quella cosiddetta marinara, le acciughe non ci sono: olive, capperi, aglio, pomodoro, peperoncino, origano e basta. È il piatto povero per eccellenza, fatto con ciò che sta in dispensa tutto l’anno.
La versione laziale, diffusa poi in tutta Italia, aggiunge i filetti di acciuga sciolti nell’olio. Entrambe sono legittime, ma cambiano completamente i conti del sale: senza acciughe si può salare l’acqua in modo quasi normale, con le acciughe no. È esattamente qui che nascono la maggior parte delle puttanesche immangiabili: si usa la ricetta con le acciughe e il metodo di salatura della ricetta senza.
Il test del cucchiaio
La regola finale è la più semplice e la più trascurata: si assaggia il sugo prima di calare la pasta, non dopo. Un cucchiaino di sugo, al netto della pasta, deve risultare leggermente più sapido di come lo si vorrebbe nel piatto finito — ma solo leggermente, perché la pasta e l’acqua di cottura lo diluiranno.
Se in quel momento viene voglia di bere, il sugo è già troppo salato e c’è ancora tempo per allungarlo con altro pomodoro. Dopo, con la pasta dentro, non si torna indietro. È un gesto che costa cinque secondi e salva la cena — e, nel lungo periodo, anche un pezzetto di pressione arteriosa.
Fonti
- World Health Organization (2023). Sodium reduction. Fact sheet. OMS.
- EFSA Panel on Nutrition, Novel Foods and Food Allergens (2019). Dietary reference values for sodium. EFSA Journal 17(9):5778.
- CREA Alimenti e Nutrizione (2019). Acciuga o alice, sotto sale. Tabelle di Composizione degli Alimenti.
- CREA Centro di ricerca Alimenti e Nutrizione (2019). Tabelle di Composizione degli Alimenti.
- Synergistic effect of combining umami substances enhances perceived saltiness. Food Research International.
- Modelling of salt intake reduction by incorporation of umami substances into Japanese foods: a cross-sectional study. BMC Public Health.
- Effect of Monosodium Glutamate on Salt and Sugar Content Reduction in Cooked Foods for the Sensory Characteristics and Consumer Acceptability. Foods (MDPI).
- The Desalting Process for Table Olives and Its Effect on Their Physicochemical Characteristics and Nutrient Mineral Content. Foods (MDPI).
- Ambra R. et al. (2017). Effect of partial substitution of sodium with potassium chloride in the fermenting brine of table olives. International Journal of Food Science and Technology.
- Caper (Capparis spinosa L.): An Updated Review on Its Phytochemistry, Nutritional Value, Traditional Uses, and Therapeutic Potential. Frontiers in Pharmacology.
- Comparative Study by HPTLC of Selected Capparis spinosa Samples (Buds and Leaves) from the Cycladic Islands in Greece. Molecules/PMC.
- PAHO/WHO. Salt reduction. Pan American Health Organization.
- Gambero Rosso. The history of Spaghetti alla Puttanesca and where to eat it in Naples.





