Emerocallide fulva, il fiore arancione dei fossi che dura un giorno solo ed è ovunque lo stesso clone

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è un ciuffo arancione che conoscete anche se non sapete come si chiama. Spunta sulla scarpata dietro il guardrail, sul bordo di un fosso, ai piedi di un muretto a secco, in un vecchio orto abbandonato. Fiorisce tra fine maggio e luglio, sembra un giglio e tutti lo chiamano giglio. Non lo è. È Hemerocallis fulva, l’emerocallide fulva, in italiano anche giglio di San Giuseppe. E la cosa davvero sorprendente è un’altra: quel ciuffo che vedete in Friuli e quello che vedete in Sicilia, con ogni probabilità, non sono due piante diverse. Sono lo stesso individuo, copiato e ricopiato per secoli.

Una pianta che non fa semi: perché è tutta uguale da Trieste in giù

La forma comune dell’emerocallide arancione che si trova naturalizzata in Europa è un clone storico, noto in letteratura botanica come varietà ‘Europa’. I conteggi cromosomici lo hanno inquadrato da tempo: è un triploide, cioè ha tre corredi di cromosomi invece dei canonici due (2n = 33 invece di 22). Nei triploidi la meiosi, cioè la produzione di polline e ovuli, va in tilt: i cromosomi non riescono ad appaiarsi in modo ordinato e i gameti risultano quasi sempre inutilizzabili. Risultato pratico: la pianta fiorisce in modo generoso ma non allega quasi mai una capsula, e quindi non produce semi vitali.

Se non ci sono semi, non c’è ricombinazione genetica. Ogni nuovo cespo può nascere soltanto da un pezzo di pianta madre: un frammento di radice carnosa trascinato dall’acqua di un fosso, una zolla scaricata con la terra di riporto, un ventaglio regalato da una vicina di casa nel 1953. Ecco perché tutti i ciuffi si somigliano in modo imbarazzante: stesso colore, stessa altezza, stessa data di fioritura. Sono fotocopie.

Da qui deriva anche un piccolo superpotere da detective del paesaggio. L’emerocallide fulva non colonizza per seme il territorio: viaggia solo con l’uomo o con l’acqua. Quando la trovate su una scarpata in mezzo al nulla, nove volte su dieci state guardando la traccia di un insediamento scomparso: una casa colonica, un casello, un orto, un giardino di cui non resta più nulla. In Italia la specie è presente da secoli, risulta coltivata negli orti botanici storici già all’inizio dell’Ottocento ed è oggi classificata come neofita naturalizzata, cioè aliena stabilmente insediata.

Il test dei 20 secondi: emerocallide o giglio vero?

Il confronto più frequente è con due gigli veri e arancioni che in Italia si incontrano davvero: il giglio di San Giovanni (Lilium bulbiferum), spontaneo su prati e pendii, e il giglio tigrato (Lilium lancifolium), asiatico e spesso sfuggito ai giardini. Bastano venti secondi e quattro controlli, senza toccare nulla.

  • Le foglie. L’emerocallide ha un ciuffo di foglie nastriformi che partono tutte dal terreno, larghe 2-3 cm, disposte su due file come un ventaglio. Il giglio ha un unico fusto eretto rivestito di foglie lungo tutta l’altezza, spesso disposte a spirale o in verticilli. Se vedete foglie sul fusto fiorale, non è un’emerocallide.
  • Lo scapo. Nell’emerocallide il gambo del fiore è nudo, senza foglie, e porta un mazzo di boccioli che si aprono a turno. È letteralmente un’asta che esce dal cespo.
  • Sotto terra. L’emerocallide ha un cespo di radici tuberose carnose, simili a piccole patate allungate. Il giglio ha un vero bulbo squamoso, fatto di scaglie carnose sovrapposte come uno spicchio d’aglio aperto.
  • I bulbilli neri. Il giglio tigrato produce all’ascella delle foglie piccoli bulbilli scuri, grandi come un pisello, che cadono a terra e originano nuove piante. È un carattere raro, condiviso da pochissime specie di Lilium: se li vedete, avete un giglio vero, non un’emerocallide.

Sul fiore, invece, attenzione: contare i pezzi non basta. Entrambi hanno sei tepali e sei stami, perché entrambi sono monocotiledoni con struttura fiorale simile. Quello che cambia è il disegno: l’emerocallide fulva ha tepali arancio opachi con una banda mediana più chiara e la gola giallastra, senza punteggiature; il giglio tigrato è cosparso di macchie nere e ha i tepali fortemente rivoltati all’indietro; il giglio di San Giovanni tiene i fiori a coppa rivolti verso l’alto. Curiosità linguistica che spiega quanta confusione generino i nomi comuni: esiste anche una pianta chiamata in inglese “giglio leopardo”, Iris domestica, che con i gigli non c’entra nulla perché è un’iris. Morale: fidatevi delle foglie e delle radici, non dei nomi.

Hemera, giorno: perché ogni fiore appassisce in ventiquattr’ore

Il nome del genere dice tutto: dal greco hemera (giorno) e kallos (bellezza). Ogni corolla si apre al mattino e nel giro di una giornata è già un cencio arrotolato. Non è un difetto, né un segno di sofferenza della pianta: è un programma genetico preciso.

Nei petali di emerocallide la fine della giornata coincide con l’attivazione della morte cellulare programmata: enzimi che demoliscono proteine e pareti cellulari entrano in azione secondo una sequenza ordinata, i nutrienti (zuccheri, azoto, amminoacidi) vengono riassorbiti e rispediti verso i boccioli ancora chiusi e verso le radici. Il fiore, in pratica, viene smontato e riciclato. Gli studi sulla senescenza fiorale collocano l’emerocallide tra le specie in cui questo appassimento segue soprattutto un orologio interno legato allo sviluppo, più che dipendere dall’ormone etilene, che invece comanda la senescenza in fiori come il garofano.

Questa biologia ha due conseguenze molto concrete per chi coltiva emerocallidi in giardino.

  • Una varietà non si giudica dal singolo fiore, ma dallo scapo. Il valore sta nel numero di boccioli e nel numero di ramificazioni: uno scapo con 25-30 boccioli fiorisce per settimane, uno con 8 dura pochi giorni. Nei cataloghi seri questi dati ci sono, cercateli.
  • Esistono varietà pensate per durare di più. Le cosiddette “extended bloom” tengono il fiore aperto oltre sedici ore (comprese molte notturne, utili in terrazzi vissuti la sera) e le rifiorenti producono più ondate di scapi. Il clone selvatico arancione non è né l’una né l’altra: compensa con la quantità.

Piccolo bonus del fatto che è sterile: non sprecando energie per formare capsule e semi, il cespo continua a produrre boccioli e resta ordinato, perché i fiori vecchi si staccano da soli invece di restare appesi.

Dove è una benedizione e dove è un guaio

Proprio perché non si diffonde per seme, l’emerocallide fulva non “salta” a distanza come fanno molte alloctone invasive. Si allarga però in modo implacabile per stoloni e radici carnose, di solito qualche decina di centimetri l’anno, e sopravvive a frammenti minimi lasciati nel terreno.

Tradotto in scelte di giardinaggio, in Italia significa questo. È eccellente su scarpate aride, terrapieni, bordi di vialetto, sommità di muretti a secco, dove le radici tuberose trattengono il terreno e frenano l’erosione. Tollera calcare, argilla compatta e siccità estiva una volta radicata: nel Centro-Sud è una delle poche soluzioni verdi per superfici che non si possono irrigare, molto più sensata di un prato agonizzante. In pianura padana e al Nord gradisce mezz’ombra nel pomeriggio, perché il sole delle 15 in luglio scolorisce e “brucia” i tepali; in Liguria e nelle isole conviene una pacciamatura di 5-6 cm per attenuare lo stress idrico di luglio-agosto.

Viceversa, è una pessima idea in una bordura mista accanto a perenni delicate: nel giro di tre stagioni le soffoca. Ed è una scelta da evitare vicino a corsi d’acqua, aree umide naturali e argini, perché i frammenti di radice viaggiano con le piene e la pianta può occupare fasce di vegetazione spontanea. Se la tenete in giardino, contenetela con una barriera interrata o con una potatura periodica delle propaggini laterali.

Emerocallide fulva, il fiore arancione dei fossi che dura un giorno solo ed è ovunque lo stesso clone

Settembre-ottobre: la finestra giusta per dividere e trapiantare

Molti consigli che circolano in rete arrivano dagli Stati Uniti e sono sfasati di tre-cinque settimane rispetto a noi. In Italia l’emerocallide fulva fiorisce da fine maggio (pianura padana, Centro-Sud) fino a metà luglio in collina e al Nord, e a settembre è già in riposo con il fogliame che ingiallisce. La finestra ideale per prelevare, dividere e ripiantare va quindi da metà settembre a fine ottobre, con novembre incluso nel Sud e nelle isole: le piogge autunnali fanno il grosso del lavoro e le radici hanno due mesi di tempo per ancorarsi prima del freddo.

Come si fa, passo per passo

  1. Scalzate il cespo con una forca, allargando il raggio di almeno 25-30 cm dal centro: le radici tuberose scendono più di quanto sembri.
  2. Sciacquate la zolla con un getto d’acqua per vedere dove separare, poi dividete con le mani o con un coltello pulito.
  3. Riconoscete una buona divisione: 2-3 ventagli di foglie uniti, colletto (il punto bianco dove foglie e radici si incontrano) sodo e non annerito, almeno 4-5 radici tuberose turgide. I tuberi molli, cavi o con odore acido vanno eliminati.
  4. Accorciate le foglie a 15-20 cm: riducete la traspirazione e la pianta sta in piedi da sola.
  5. Ripiantate con il colletto appena sotto il livello del suolo, circa 2 cm, mai più in profondità, a 40-50 cm l’uno dall’altro. Bagnate bene una volta sola e poi lasciate fare all’autunno.

Sul prelievo in natura, un po’ di buon senso: si raccoglie solo su suolo privato con il consenso del proprietario, oppure su piante chiaramente coltivate o inselvatichite in contesti antropici. Mai in aree protette, parchi, riserve, siti Natura 2000; mai su argini e scarpate stradali in gestione pubblica, dove scavare è vietato e pure pericoloso. Un pezzetto di radice grande come un dito, del resto, è più che sufficiente: questa pianta perdona tutto.

Boccioli in tempura, e una seria avvertenza per chi ha gatti

I boccioli e i fiori di emerocallide sono un ingrediente tradizionale della cucina cinese, giapponese e coreana, dove si usano soprattutto essiccati (i celebri “aghi d’oro”, ricavati in genere da Hemerocallis citrina). Fritti in pastella sono ottimi. Ma tre avvertenze valgono più di mille ricette.

  • Non sono innocui da crudi. Nei fiori freschi di alcune emerocallidi sono stati rilevati alcaloidi del tipo colchicina, e la letteratura tecnica sulla lavorazione alimentare punta proprio sulla scottatura in acqua bollente per abbattere il rischio. Anche a parte questo, in soggetti sensibili il consumo provoca disturbi gastrointestinali e un effetto lassativo piuttosto deciso. Prima volta? Assaggio piccolo, cotto, e si aspetta.
  • Mai confondere con i gigli veri. Nessun Lilium va in padella. Ed è ovvio che i boccioli non si raccolgono sul ciglio di una strada trafficata o su una scarpata trattata con diserbanti.
  • Per i gatti l’emerocallide è pericolosa quanto un giglio. Questo è il punto che quasi nessuno conosce. Studi retrospettivi di tossicologia veterinaria hanno documentato casi di intossicazione felina da ingestione di Hemerocallis, con disturbi gastroenterici e insufficienza renale acuta; la prognosi dipende in modo drammatico dalla rapidità dell’intervento, decontaminazione precoce e fluidoterapia aggressiva. Basta che il gatto mastichi foglie, fiori o polline. Se avete gatti, l’emerocallide sta fuori casa e lontano dai loro percorsi abituali, e al minimo sospetto si va dal veterinario subito, non domani.

Detto tutto questo, resta il motivo per cui questa pianta è sopravvissuta a case crollate, aziende agricole chiuse e strade rifatte tre volte: è bella, è gratis e non chiede niente. Quel ciuffo arancione dietro il guardrail è un fossile vivente di giardinaggio domestico, un pezzo di orto di qualcuno che non c’è più, replicato all’infinito senza mai cambiare una virgola del proprio DNA. Non male, per una pianta che ogni singolo fiore se lo gioca in una giornata sola.

Fonti

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