Formica di velluto: non è una formica, è una vespa femmina senza ali (e non punge per caso)

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Cammini sul vialetto d’estate, il sole picchia, e la vedi: una specie di formica grossa, rossa o arancione, coperta di una peluria fittissima che sembra velluto. Corre a zigzag, velocissima, non vola mai, ed è sempre da sola. Non è una formica. È una vespa. Più precisamente è la femmina adulta di un mutillide, un insetto che ha perso le ali nel corso dell’evoluzione e che passa la vita a terra, a cercare nidi sotterranei di bombi e api solitarie dove deporre le uova.

In Italia la chiamiamo formica di velluto o vespa di velluto, e le specie che si incontrano più spesso sono Mutilla europaea (la più grande, legata ai bombi), Nemka viduata e Smicromyrme rufipes, tipiche di dune costiere, incolti aridi, prati bruciati dal sole e giardini con zone di terra nuda. Capire con chi si ha a che fare cambia tutto: perché questa signora ha un pungiglione lunghissimo e mobile, e la sua puntura è considerata una delle più dolorose d’Europa. Non è pericolosa per chi non è allergico, ma non si prende in mano. Mai.

Tre indizi per riconoscerla in dieci secondi

Non serve una lente né un corso di entomologia. Bastano tre osservazioni che chiunque può fare da mezzo metro di distanza, senza toccare nulla.

  • È sempre a terra e non vola. Corre fra la ghiaia, sul calcestruzzo caldo, sulla sabbia. Cambia direzione di continuo, si ferma un attimo, riparte. Le formiche alate sciamano, le vespe comuni volano: lei no, è una podista.
  • Ha il pelo. Il corpo è ricoperto da una peluria densa e vellutata, spesso rossa, arancione, bianca o nera, con macchie e fasce che spiccano. Le formiche sono lisce e lucide, qui sembra un piccolo peluche in movimento.
  • È sola. Questo è l’indizio decisivo. Le formiche vivono in colonie e seguono le piste chimiche, quindi dove ne vedi una ne vedi dieci, in fila. La formica di velluto è un animale solitario: una, isolata, che vaga senza compagne.

Altri dettagli utili: la testa è grossa rispetto al corpo, il torace sembra un blocco unico e rigido, le antenne sono corte e mobili. Le dimensioni vanno dai 5-6 millimetri delle specie piccole ai 15 millimetri abbondanti di Mutilla europaea.

Perché schiacciarla è quasi impossibile

Chi ci ha provato — magari con la suola o con un bicchiere rovesciato premuto troppo — se ne accorge subito: questo insetto è una corazza ambulante. La cuticola dei mutillidi è ipertrofica, spessa, con i segmenti incastrati fra loro in modo molto stretto, e resiste a pressioni che schiaccerebbero senza problemi una vespa comune. Analisi recenti hanno mostrato che in alcune specie la cuticola del capo è persino arricchita di metalli, un accorgimento che aumenta durezza e resistenza all’usura: non a caso in letteratura questi animali vengono soprannominati insetti indistruttibili.

Non è un capriccio della natura. La femmina deve entrare in nidi difesi da api e vespe adulte armate di pungiglione, incassare attacchi, uscirne viva: la corazza serve esattamente a questo. Lo stesso vale contro i predatori. Nei test condotti con potenziali predatori, i mutillidi di taglia piccola e media vengono raramente feriti o uccisi: tegumento durissimo, zampe potenti, corsa rapida, colori di avvertimento, odore sgradevole e puntura micidiale formano un sistema di difesa stratificato quasi unico fra gli insetti.

Morale operativa: non provare a schiacciarla. Non funziona, e ti porta la mano o il piede a pochi centimetri da un pungiglione che è meglio non conoscere.

Il dettaglio che quasi nessuno conosce: squittisce

Se la disturbi, la formica di velluto emette un suono. Sfregando fra loro i segmenti dell’addome, che portano una sorta di minuscola raspa, produce una stridulazione: un cigolio acuto, simile a uno squittio, che nelle specie più grandi si sente benissimo a orecchio nudo nel silenzio di un pomeriggio estivo. È un distress call, una chiamata di allarme che funziona da avviso: lasciami stare, non sono un boccone conveniente.

Gli studi bioacustici hanno descritto nel dettaglio l’organo stridulatorio e le differenze fra maschi e femmine, con frequenze che si spingono anche negli ultrasuoni. Lo stesso suono compare pure durante il corteggiamento, segno che questo linguaggio vibrazionale ha più di un uso. Per chi la osserva in giardino è un piccolo spettacolo: un insetto che ti risponde.

Maschio e femmina: due animali diversi (per davvero)

Qui arriva il ribaltamento più spiazzante. Quella che vedi correre è una femmina, priva di ali per tutta la vita. Il maschio della stessa specie è alato, vola, ha il torace di forma completamente diversa, spesso colori diversi, e non assomiglia affatto alla compagna. Il dimorfismo sessuale è così estremo che per decenni gli entomologi hanno descritto i due sessi come specie separate, e in molti casi l’abbinamento corretto fra maschio e femmina è stato chiarito solo osservando gli accoppiamenti o confrontando il DNA.

Nel corteggiamento di alcune specie mediterranee il maschio solleva letteralmente la femmina da terra e la trasporta in volo. Un altro motivo per non fidarsi della prima impressione: la famiglia Mutillidae è ricca e in Italia conta decine di specie, con una diversità particolarmente alta nelle regioni meridionali e insulari, nelle aree sabbiose e nelle zone a clima caldo e secco.

Cosa ci fa nel tuo giardino: è un indicatore, non un problema

La femmina non è lì per te, per il tuo orto o per la tua casa. Sta cercando nidi. I mutillidi sono parassitoidi: la femmina individua il nido sotterraneo di un apoideo — bombi, api solitarie, vespe scavatrici — entra, raggiunge le celle con larve o pupe mature e depone un uovo. La larva del mutillide si sviluppa a spese dell’ospite chiuso nel bozzolo.

Mutilla europaea è specializzata sui bombi ed è stata documentata anche come parassita di specie di Bombus allevate per l’impollinazione; nelle colonie attaccate colpisce soprattutto le pupe dei maschi. Riesce a entrare nei nidi perché ha un profilo chimico povero, poco riconoscibile, e perché unisce forza fisica e ostinazione: insiste finché non passa.

Questo significa una cosa importante per chi coltiva o cura un giardino: la sua presenza è una buona notizia ecologica. Un parassitoide specializzato sopravvive solo se gli ospiti ci sono. Vedere una formica di velluto correre sul tuo vialetto vuol dire che in quel terreno nudo e assolato, magari in un angolo che consideravi trascurato, nidificano api selvatiche, bombi o vespe scavatrici. È il segnale che il tuo pezzo di terra è biologicamente vivo. Nessun insetticida, nessun intervento: sarebbe come dare fuoco alla casa per spegnere una candela.

La puntura: quanto fa male e cosa fare

Partiamo dai fatti. Solo la femmina punge, perché il pungiglione è un ovopositore modificato: i maschi alati, che pure sembrano più minacciosi perché volano, non pungono affatto. Il pungiglione della femmina è proporzionalmente lunghissimo e molto mobile, può raggiungere quasi metà della lunghezza dell’addome e colpire da angolazioni improbabili: prenderla fra le dita, anche delicatamente, equivale quasi sempre a essere punti.

Il dolore è intenso e, soprattutto, dura a lungo: bruciore acuto, a ondate, che può restare fastidioso per ore, con gonfiore locale anche vistoso della mano o del piede. È il motivo per cui i parenti americani di questi insetti hanno guadagnato il soprannome di cow killer. Il nome però è un’esagerazione popolare: la quantità di veleno è modesta e la tossicità è bassa. La puntura è una gigantesca bugia dolorosa, un deterrente quasi puro: fa malissimo e non fa quasi nulla.

Formica di velluto: non è una formica, è una vespa femmina senza ali (e non punge per caso)

Cosa fare se capita:

  • allontanarsi dall’insetto e lavare la zona con acqua e sapone;
  • applicare freddo (ghiaccio avvolto in un panno) a intervalli di 10-15 minuti;
  • tenere l’arto sollevato se c’è gonfiore;
  • un antistaminico o un analgesico da banco possono aiutare, seguendo le indicazioni del farmacista;
  • chiamare subito il 112 in caso di orticaria diffusa, gonfiore di labbra, lingua o gola, difficoltà respiratorie, capogiri: sono i segni di una reazione allergica sistemica, e chi ha già una diagnosi di allergia ai veleni di imenotteri deve avere con sé l’adrenalina autoiniettabile.

Per cani e gatti vale lo stesso principio: il rischio non è il veleno in sé, ma la reazione allergica e la sede della puntura (muso, bocca). Un cane che annusa con insistenza qualcosa di piccolo e peloso sulla ghiaia va semplicemente richiamato.

Convivere: cosa fare e cosa non fare

La gestione corretta è quasi tutta fatta di astensione. Nessun prodotto chimico ha senso contro un insetto solitario, raro, che non nidifica nelle case, non danneggia le piante, non intacca le derrate e non entra in sciami.

  • Non raccoglierla a mani nude, nemmeno con i guanti da giardinaggio sottili. Vale anche e soprattutto per i bambini curiosi: la regola d’oro è che un insetto sconosciuto si guarda, non si tocca.
  • Non schiacciarla: è inutile e pericoloso per te, non per lei.
  • Spostala con bicchiere e cartoncino se la trovi in un punto scomodo, per esempio vicino alla porta di casa o al tappetino dove gioca il cane. Appoggia il bicchiere sopra, fai scivolare il cartoncino sotto, portala in un’aiuola soleggiata e liberala. Spesso, mentre lo fai, la sentirai squittire.
  • Scarpe chiuse nelle ore calde se cammini su vialetti, sentieri sabbiosi o dune: nella stragrande maggioranza dei casi le punture avvengono per contatto accidentale a piedi nudi o manipolando l’insetto.
  • Se la vuoi vedere, lascia qualche area di terra nuda, compatta e assolata: è l’habitat dei suoi ospiti, cioè delle api selvatiche che nidificano nel suolo.
  • Se preferisci tenerla lontana dai sentieri dove si cammina scalzi, pacciama e inerbisci quelle zone: senza suolo nudo e caldo, gli apoidei terricoli nidificano altrove e di conseguenza anche lei va a cercare altrove.

Quando e dove incontrarla in Italia

La stagione va grosso modo da fine maggio a settembre, con un picco nelle ore più calde e luminose della giornata, quando il suolo scotta. Gli ambienti preferiti sono dune e retrodune, pinete litoranee, incolti aridi, pascoli magri, scarpate sabbiose, cave dismesse, ma anche giardini privati e parchi urbani che conservano angoli di terreno nudo. Le regioni meridionali e le isole ospitano la maggiore diversità di specie, ma mutillidi si incontrano in tutta la penisola, anche in pianura padana nelle aree sabbiose.

Rispetto alle segnalazioni che arrivano dal Nord America, in Italia la stagione è spostata e le specie sono in media più piccole: niente insetti da due centimetri e mezzo, ma animali dai pochi millimetri a poco più di un centimetro. Il comportamento, però, è identico: corsa nervosa a terra, totale solitudine, avvisi sonori e colori sgargianti che significano una cosa sola, in tutte le lingue del mondo animale: non toccarmi.

Tre domande veloci

Entra in casa? Solo per errore, passando da una porta aperta a livello del terreno. Non nidifica negli edifici e non ha motivo di restare.

Danneggia l’orto o le piante? No. Gli adulti si nutrono principalmente di nettare; le larve si sviluppano a spese di altri insetti, non di vegetali.

È protetta? Non esiste una norma specifica, ma non c’è nessuna ragione sanitaria o agronomica per ucciderla. È un elemento di un ecosistema funzionante e, per gli entomologi, uno degli insetti più affascinanti d’Europa.

Fonti

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