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Accendi la luce del seminterrato, sposti uno scatolone e qualcosa schizza in aria. Non vola, non ronza, non fa rumore: atterra a mezzo metro da te, resta immobile con due antenne lunghissime che frugano l’aria, poi riparte con un salto che sembra indirizzato proprio verso le tue scarpe. È il momento in cui quasi tutti escono dalla cantina più in fretta di quanto ci siano entrati.
Quell’animale è un grillo di caverna, detto anche grillo gobbo o camel cricket per via del dorso arcuato. Non punge, non morde in modo significativo, non trasmette malattie e non ha nessun interesse per la dispensa. Però ha un pregio che quasi nessuno gli riconosce: è un misuratore biologico di umidità. Se è in casa tua, ti sta dicendo qualcosa di preciso sul locale in cui vive. E vale la pena ascoltarlo prima di comprare una bomboletta.
Il salto verso di te non è un attacco
Partiamo dal gesto che spaventa tutti. Un grillo gobbo disturbato non scappa in direzione opposta: salta in modo apparentemente casuale, spesso proprio verso chi lo ha disturbato. Non è aggressività, è il limite tecnico di un animale costruito per il buio.
Questi insetti hanno occhi poco efficienti e, a differenza dei grilli comuni, non hanno organi timpanici: niente orecchie, quindi niente ascolto direzionale. Non possono capire da che parte arriva la minaccia. La loro unica strategia è un balzo esplosivo e imprevedibile, affidato a zampe posteriori smisurate, che serve a interrompere l’inseguimento di un predatore: in una grotta o in un’intercapedine, finire a caso dietro una pietra funziona benissimo. In cantina, con te davanti, lo stesso riflesso ha il 50% di probabilità di indirizzarlo verso il tuo viso. Da qui l’effetto ick che lo rende uno degli insetti domestici più odiati, pur essendo tra i più innocui.
Al posto di occhi e orecchie, il grillo gobbo usa le antenne, lunghe anche due o tre volte il corpo: un vero radar tattile e chimico che tasta il terreno, le pareti e le correnti d’aria. Se lo osservi da fermo, lo vedi muoverle di continuo come due bacchette da rabdomante. È così che si orienta, trova il cibo e riconosce i simili.
Riconoscerlo in dieci secondi
La scheda rapida, senza bisogno di lente d’ingrandimento:
- Dorso a gobba: il profilo è arcuato, raccolto, da piccolo gambero terrestre.
- Nessuna ala: il corpo è nudo, non c’è traccia di elitre. Non vola e non volerà mai.
- Nessun canto: non friniscono. Se dalla cantina senti un cri-cri, l’ospite è un altro, probabilmente il grillo domestico o un grillo campestre entrato per sbaglio.
- Antenne lunghissime, sottili come capelli, sempre in movimento.
- Zampe posteriori enormi, spesso ripiegate più alte della schiena.
- Colorazione bruno-ambrata, spesso con marezzature o bande scure che lo mimetizzano sul cemento umido.
- Ovopositore a sciabola nelle femmine: un’appendice rigida, scura e appuntita che sporge dall’addome. Spaventa moltissimo, ma serve solo a deporre le uova nel terriccio. Non è un pungiglione, non inietta nulla, non può ferirti.
Chi è chi: le specie che puoi incontrare in Italia
In Italia convivono due mondi. Da un lato le specie autoctone: i Troglophilus (soprattutto Troglophilus cavicola e Troglophilus neglectus), frequenti nelle regioni nordorientali, nel Carso e nelle aree prealpine, e le Dolichopoda, un gruppo straordinariamente ricco di specie e sottospecie lungo la dorsale appenninica, nelle isole e in molte cavità artificiali: catacombe, acquedotti romani, gallerie, miniere abbandonate, antichi pozzi. Molte di queste popolazioni sono geneticamente isolate e di grande valore conservazionistico: una grotta vale l’altra solo in apparenza.
Dall’altro lato c’è il grillo gobbo delle serre, Diestrammena asynamora (noto anche come Tachycines asynamorus), originario dell’Asia orientale e ormai stabile da oltre un secolo in serre riscaldate, vivai, cantine, locali caldaia e intercapedini urbane di mezza Europa e del Nord America. È la specie che più spesso compare nelle case moderne, perché sopporta bene gli ambienti artificiali, riscaldati e costantemente umidi. Negli Stati Uniti le indagini di scienza partecipata hanno mostrato che nelle abitazioni questo immigrato asiatico è diventato più comune dei grilli di caverna nativi, senza che quasi nessuno se ne accorgesse: un insetto grosso e vistoso, invisibile solo perché nessuno lo guardava.
Un igrometro con sei zampe
Qui sta il punto davvero utile. I Rhaphidophoridae hanno una cuticola sottile e un controllo dell’acqua corporea mediocre: disidratano in fretta. Per questo vivono dove l’aria è quasi satura: grotte, sottoscala, pozzetti, fessure di muri freschi, lettiere di foglie bagnate, cataste di legna all’ombra. In cantina cercano esattamente lo stesso microclima.
Tradotto in pratica: un grillo gobbo isolato può essere un visitatore occasionale entrato in autunno, quando fuori l’aria si fa secca e fredda. Ma una presenza stabile, a gruppi, in un solo locale è un sintomo edilizio. Significa che lì dentro l’umidità relativa resta a lungo molto alta, tipicamente sopra il 70-75%, e che c’è un punto in cui l’acqua entra o condensa: risalita capillare dal pavimento, una bocca di lupo che raccoglie pioggia, una tubazione che gocciola, scarsa ventilazione.
Il consiglio operativo è semplice e costa pochi euro: appendi un igrometro nel locale e guardalo per due settimane. Se oscilla stabilmente sopra il 70%, non hai un problema di insetti, hai un problema di umidità con gli insetti come spia luminosa. Sotto il 50-60% di umidità relativa il grillo di caverna smette di trovarsi bene e abbandona il locale da solo, senza che tu debba spruzzare nulla.
Cosa mangia davvero (e cosa può rovinarti)
Sono detritivori opportunisti. Il menù reale, verificato anche sulle popolazioni italiane di grotta, è fatto di materiale organico in decomposizione, funghi e muffe, resti vegetali, insetti morti e in generale tutto ciò che si deposita negli angoli bui. Nelle grotte escono di notte, quando l’aria esterna è umida, per nutrirsi all’ingresso o fuori, e rientrano prima dell’alba.
Non attaccano gli alimenti conservati, non bucano i sacchetti della pasta, non infestano le dispense. Possono però rosicchiare cartone, carta, carta da parati scollata, tessuti e scatole lasciate a contatto con il pavimento umido, soprattutto se c’è sopra una patina di muffa: in pratica mangiano il fungo e portano via il supporto. Archivi di famiglia, scatoloni di libri e scarpe dimenticate in basso sono il bersaglio tipico. Arrivano a gruppi perché tendono ad aggregarsi: dove ne trovi uno, il microclima piace anche agli altri, e in alcune specie il raggruppamento è favorito da segnali chimici lasciati sul posto.
È pericoloso per persone, cani e gatti?
No. Non ha veleno, non punge, non è vettore di malattie note per l’uomo. Le mandibole possono al massimo dare un pizzicotto se lo stringi in mano, cosa che nessuno fa volentieri. Cani e gatti ne catturano e ne mangiano regolarmente senza conseguenze: il fastidio è quasi sempre del padrone, non dell’animale. Nell’orto e in giardino non è un parassita delle colture: non danneggia radici, frutti o germogli in modo apprezzabile.
Il vero problema è psicologico ed estetico: l’aspetto ragnesco, il salto imprevedibile e la tendenza a comparire in gruppo nei locali che usiamo poco.
I tre punti di ingresso da controllare
Prima di pensare ai rimedi, trova la porta. Nel 90% dei casi è una di queste tre.
- La soglia del garage o del box. Il basculante o il sezionale appoggia su una guarnizione consumata o su un pavimento non perfettamente planare: bastano pochi millimetri di luce per lasciar passare un insetto appiattito. Controlla di sera, dall’interno, a luce spenta: dove vedi una lama di luce passa anche il grillo.
- Bocche di lupo, griglie e pozzetti. Sono trappole per foglie e acqua piovana: dentro si forma un piccolo ecosistema umido e ombroso, la culla perfetta. Vanno svuotati dai detriti, dotati di griglia a maglia fine e, dove possibile, protetti da una copertura che impedisca l’allagamento.
- Le tubazioni passanti. Il foro di passaggio di uno scarico, di un cavo o di una canalina è quasi sempre più largo del tubo. Quel vuoto, spesso nascosto dietro la caldaia o la lavatrice, è un corridoio diretto dal terreno al locale. Si chiude con schiuma o malta e, meglio ancora, con una retina metallica annegata nel sigillante.
Come farlo sparire senza insetticidi
Gli spray hanno un effetto breve: uccidono quelli che vedi e non toccano la colonia che vive nell’intercapedine o sotto il vespaio. Il metodo che funziona davvero è togliere all’insetto ciò che cerca, cioè acqua e rifugi.

- Deumidifica e ventila. Un deumidificatore con igrostato impostato intorno al 50-55% cambia la situazione in poche settimane. Dove c’è una presa d’aria, tienila libera; dove non c’è ricambio, apri in modo controllato nelle ore secche, non nelle giornate afose d’estate quando l’aria calda condensa sui muri freddi.
- Elimina la causa dell’acqua. Pluviali che scaricano contro il muro, pendenze sbagliate, infiltrazioni dal giardino: finché entra acqua, il deumidificatore lavora a vuoto.
- Solleva tutto da terra. Scaffali metallici, bancali, almeno 10-15 cm di vuoto sotto gli scatoloni. Sostituisci il cartone con cassette di plastica chiuse: togli cibo e rifugio nello stesso gesto.
- Ordina l’esterno. Legna accatastata contro il muro, foglie marce, vasi rovesciati e teli a terra lungo il perimetro sono la riserva da cui partono le colonizzazioni autunnali. Lascia una fascia pulita e asciutta di mezzo metro attorno all’edificio.
Trappole collanti: servono a contare, non a sterminare
Le tavolette collanti vanno usate come strumento di monitoraggio. Mettine quattro o cinque lungo le pareti, negli angoli, davanti ai sospetti punti di ingresso, numerale e controllale una volta a settimana. In un mese avrai una mappa: il punto con più catture è la porta d’ingresso da sigillare. Usarle da sole come rimedio è inutile, perché non intaccano la popolazione che vive nelle fessure. Ricorda inoltre che nelle zone carsiche e nelle cavità naturali le specie autoctone hanno valore ecologico e vanno lasciate in pace: le trappole si usano in casa, non in grotta.
Catturarne uno e portarlo fuori, senza inseguimenti
Il trucco è non rincorrerlo. Avvicina lentamente un bicchiere o un barattolo largo e appoggialo sopra l’insetto con un movimento unico, dall’alto: il balzo parte quando percepisce vibrazioni ravvicinate, quindi meglio un gesto deciso che dieci tentativi. Poi fai scivolare un cartoncino rigido sotto l’apertura e trasportalo all’aperto, meglio se a qualche metro dall’edificio, sotto una siepe o accanto a una catasta di legna. In alternativa, l’aspirapolvere con tubo lungo è il sistema più rapido per raccoglierne molti in una volta: svuota subito il sacchetto fuori casa.
Una curiosità: fuori casa è un pilastro dell’ecosistema
Vale la pena cambiare prospettiva. Nelle grotte il grillo di caverna è una delle poche specie che esce a cercare cibo all’esterno e torna dentro: con i suoi escrementi e con i suoi stessi corpi importa energia in un ambiente dove non arriva luce, alimentando coleotteri, acari, collemboli, ragni e pipistrelli. Senza di lui molte comunità ipogee collasserebbero. Le popolazioni italiane di Dolichopoda, in particolare, formano un mosaico di stirpi locali uniche al mondo, nate dall’isolamento di ogni singola cavità nel corso di centinaia di migliaia di anni.
Le specie dei nostri climi hanno in genere una generazione all’anno e trascorrono l’inverno in uno stato di attività ridotta, vivendo delle riserve accumulate nel corpo grasso: ecco perché in autunno diventano più visibili, mentre cercano un rifugio stabile per la stagione fredda. In Italia il picco di avvistamenti domestici si concentra tra settembre e novembre, con qualche settimana di ritardo rispetto alle aree continentali più fredde, e una seconda ondata nei mesi afosi quando le cantine diventano camere di condensa.
Il grillo gobbo, insomma, non è un nemico da eliminare: è un cartello segnaletico con le antenne. Dice che in quel locale c’è acqua di troppo. Risolvi quella, e il problema se ne va con le sue zampe.
Fonti
- Epps M.J. et al. (2014). Too big to be noticed: cryptic invasion of Asian camel crickets in North American houses. PeerJ.
- Allegrucci G. et al. (2014). Phylogeography and systematics of the westernmost Italian Dolichopoda species (Orthoptera, Rhaphidophoridae). PLOS ONE / PMC.
- Genetic Diversity and Distribution of Italian Cave Crickets (Dolichopoda): Toward a Better Understanding of Lineage Structure (2025). PMC.
- Lipovsek S., Novak T. (2010). Role of the fat body in the cave crickets Troglophilus cavicola and Troglophilus neglectus during overwintering. Arthropod Structure and Development.
- Lipovsek S. et al. (2016). Malpighian Tubule Cells in Overwintering Cave Crickets Troglophilus cavicola and T. neglectus. PMC.
- Di Russo C. et al. Measurements of the diet in two species of Troglophilus cave crickets from Italian subterranean habitats (Orthoptera, Rhaphidophoridae).
- Di Russo C. et al. Life cycle and population ecology of the cave cricket Dolichopoda geniculata from Valmarino cave (Central Italy).
- Yoder J.A. et al. The Pheromone of the Cave Cricket Hadenoecus cumberlandicus Causes Cricket Aggregation. Journal of Insect Science / PMC.
- NC State Extension. Camel Crickets. North Carolina State University.
- Clemson Cooperative Extension, Home and Garden Information Center. Camel Crickets.
- Iowa State University Extension and Outreach. Camel Cricket.
- University of Maryland Extension. Crickets.
- Missouri Department of Conservation. Camel Crickets (Cave Crickets) Field Guide.
- Abderhalden M. Prima segnalazione di Dolichopoda geniculata. Bollettino della Societa ticinese di Scienze naturali.
- Texas Invasive Species Institute. Greenhouse Camel Cricket (Diestrammena asynamora).





