Quella piccola anfora di fango sul vaso non è sporcizia: ecco chi l’ha costruita e perché lasciarla stare

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Capita quasi sempre così: stai spostando un vaso sul balcone, passi uno straccio sul muro o controlli un ramo di rosmarino e ti ritrovi sotto il pollice un grumo di terra grande come una nocciola. Sembra un rimasuglio di malta, uno schizzo di fango seccato. Poi lo guardi meglio e scopri che ha una forma precisa: una pancia tonda, un collo stretto, un orlo svasato come il bordo di una brocca in miniatura. Non è sporcizia. È una ceramica, costruita a mano (anzi, a mandibola) da una vespa solitaria che pesa meno di mezzo grammo e che, nel giro di due o tre ore, ha impastato circa venticinque palline di terra e saliva per costruire la culla di un solo figlio.

Quell’oggetto si chiama nido della vespa vasaia, e contiene molte più informazioni di quanto sembri. Imparare a leggerlo richiede tre secondi. Distruggerlo, molto meno.

Chi è l’artigiana: una vespa che non ha un alveare da difendere

Le vespe vasaie appartengono al genere Eumenes, dentro la grande sottofamiglia degli Eumeninae. In Italia le specie più comuni sono Eumenes pomiformis (descritta proprio su esemplari italiani) e Eumenes coarctatus, affiancate da altre specie mediterranee simili. Sono vespe piccole, lunghe uno o due centimetri, nere con disegni gialli o avorio, e hanno un dettaglio che le rende inconfondibili: fra torace e addome c’è un peduncolo sottilissimo, una specie di manico che dà all’insetto la silhouette di una clessidra o di un punto esclamativo che vola.

La differenza che conta davvero, però, non è estetica: è sociale. La vespa vasaia è solitaria. Non ha operaie, non ha regina, non ha una colonia da proteggere. Ogni femmina lavora da sola: costruisce, caccia, depone, chiude e se ne va. Non esiste un nido collettivo da difendere e quindi non esiste quel comportamento aggressivo di gruppo che associamo ai calabroni o alle vespe cartonaie. Gli adulti, quando non lavorano, si nutrono di nettare sui fiori: sono anche discreti impollinatori.

Come si legge un’anfora in tre secondi

L’anfora racconta sempre a che punto è la storia. Basta guardare il foro.

Foro aperto, bordo svasato e pulito

Il cantiere è attivo. La madre ha finito la costruzione, ha deposto l’uovo e ora sta facendo la spesa: esce, perlustra le piante intorno, torna. Se resti fermo a guardare per dieci minuti, in giornate calde e soleggiate, è probabile che la vedi arrivare con un bruco arrotolato fra le zampe. In questa fase l’anfora è ancora morbida nei punti di aggiunta recente ed è la più fragile in assoluto.

Tappo liscio di argilla, nessun foro

Dispensa chiusa. La cella è stata riempita e sigillata con un ultimo bottone di fango, e all’interno c’è una larva che mangia o un bozzolo che aspetta. Questa è la situazione più comune: l’anfora sigillata può restare lì per settimane o, se la chiusura è avvenuta a fine stagione, per tutto l’inverno.

Foro con i bordi sbrecciati, irregolare

Qualcuno è uscito. Il tappo rotto dall’interno indica che l’inquilino ha completato lo sviluppo e ha forato la parete per volare via. L’anfora è ormai una casa vuota: nessun motivo per toglierla in fretta, ma nessun danno nel recuperare il vaso. Attenzione, però: lo stesso foro può essere stato aperto da un ospite indesiderato. I nidi degli eumenidi sono presi di mira da crisidi (le piccole vespe metalliche verde-oro che vedi correre sui muri assolati) e da mosche parassitoidi, che depongono le proprie uova sulla provvista o sulla larva. In questo caso, dall’anfora non è uscita una vespa vasaia, ma il suo inquilino abusivo.

Dentro c’è una dispensa, non un cimitero

Qui arriva la parte che sorprende sempre. Appena finita la brocca, la femmina infila l’addome nel collo e depone un unico uovo appeso a un filo di seta, sospeso al soffitto interno della cella come una lampadina. Solo dopo comincia il rifornimento.

La spesa consiste in bruchi: larve di geometridi (i cosiddetti misuratori, quelli che camminano a compasso), di nottue, di tortricidi e di altri piccoli lepidotteri. Vengono punti con precisione chirurgica e paralizzati, non uccisi. Restano vivi, immobili e freschi per giorni. È la ragione per cui l’uovo sta appeso in alto: la larvetta appena nata scende lungo il filo e inizia a mangiare dall’alto verso il basso, al riparo dai movimenti riflessi della preda.

Il numero varia con la specie e con la taglia dei bruchi: in molte vasaie mediterranee si parla di cinque, otto, dodici prede per cella, ma in specie che cacciano bruchi minuti sono stati contati fino a una quarantina di individui in un’unica brocca. Tradotto in termini pratici: ogni anfora sul tuo balcone equivale a una manciata di bruchi defalcatori tolti da basilico, cavoli, rose, ortensie o alberi da frutto vicini. È una micro-impresa di lotta biologica che si è pagata l’affitto da sola, senza che tu abbia comprato nulla.

Vasaia, muratrice o cartonaia? Tre nidi da non confondere

Non tutti i nidi di fango sono uguali, e la distinzione cambia completamente il comportamento da tenere.

  • Vespa vasaia (Eumenes): una o poche brocchette isolate, tonde, grandi come una nocciola o una biglia, con il collo e l’orlo svasati. Spesso attaccate a rametti sottili, foglie coriacee, steli, bordi di vasi, intonaci riparati. Una cella, un figlio.
  • Sceliphron, la vespa muratrice: nidi molto più grandi e grossolani, fatti di tubi di fango affiancati come canne d’organo e poi ricoperti da un unico strato irregolare, grosso come un mandarino. Si trovano sotto le tettoie, nei garage, dietro le persiane, sulle travi. Dentro non ci sono bruchi ma ragni paralizzati. Anche questa è una solitaria tranquilla.
  • Polistes, la vespa cartonaia: nessun fango. Il nido è un disco grigio di cellulosa masticata, con le celle esagonali ben visibili, appeso a un peduncolo sotto cornicioni, grondaie, cassonetti delle tapparelle. Questa è una vespa sociale: il nido viene difeso e, a distanza ravvicinata, può pungere. È l’unica dei tre casi in cui, se si trova su una porta o su un passaggio molto frequentato, vale la pena valutare uno spostamento con l’aiuto di chi sa farlo.

Esiste poi una quarta possibilità innocua: le api muratrici del genere Osmia, che tappano con fango o materiale vegetale masticato i buchi dei mattoni forati, i tubi delle canne e i fori delle zanzariere. Anche loro vanno lasciate in pace.

Punge? Il discorso pericolosità, persone e animali domestici

La domanda arriva sempre, soprattutto quando in casa ci sono bambini, cani o gatti. La risposta, per la vespa vasaia, è rassicurante: l’aculeo è uno strumento di lavoro, non un’arma. Serve a dosare un veleno anestetico sui bruchi, calibrato per paralizzarli senza ucciderli. Le solitarie non hanno un nido comune da proteggere, quindi non hanno motivo evolutivo di attaccare un animale grande. Le punture all’uomo sono episodi eccezionali, legati quasi sempre a una vespa schiacciata accidentalmente fra la pelle e un vestito, e la reazione è in genere molto più lieve di quella di una vespa sociale.

In concreto: puoi innaffiare, potare, raccogliere il basilico e stare seduto a mezzo metro dall’anfora mentre la madre lavora. Lei si allontana, aspetta e torna. Un cane che annusa il vaso non corre rischi significativi. Resta valida la regola generale per chiunque abbia una allergia accertata al veleno di imenotteri: mantenere la distanza da qualsiasi insetto pungente e tenere a portata di mano la terapia prescritta dal medico.

Irrigazione, rinvaso, trasloco: cosa può rovinare il nido

L’anfora è terra impastata con saliva: resiste bene alla pioggia battente perché viene costruita in punti riparati, ma un getto diretto di tubo o di nebulizzatore può ammorbidirla e scioglierla, specie nelle prime ore dopo la costruzione.

  • Annaffia il terriccio, non l’orlo del vaso. Meglio ancora, usa un sottovaso e bagna dal basso finché il nido è attivo.
  • Rimanda il rinvaso. Se la brocchetta è sul bordo o su un rametto, aspetta la fine del ciclo: parliamo di settimane, non di anni.
  • Se devi spostare il vaso, sollevalo dal fondo con due mani, tienilo in piano, non farlo ruotare e appoggialo in una posizione simile, con lo stesso orientamento rispetto al sole e possibilmente a pochi metri di distanza. Se la madre sta ancora rifornendo, un trasloco lungo può farle perdere il riferimento: in quel caso la cella resta incompleta e la larva muore.
  • Niente insetticidi, nemmeno quelli naturali, nel raggio d’azione: le vespe solitarie sono tra gli insetti più sensibili ai trattamenti, e un prodotto spruzzato sulle piante elimina esattamente i bruchi che servono da provviste.
  • Se l’anfora si stacca per sbaglio, non buttarla. Appoggiala intatta, con il foro nella stessa posizione, dentro un vasetto o una scatoletta aperta e riparata dalla pioggia, in zona ombreggiata e all’aperto: se non si è rotta, molto spesso l’adulto sfarfalla lo stesso.

Il calendario italiano: quando lavora e quando esce

Nelle nostre condizioni climatiche le vespe vasaie sono attive dalla primavera avanzata all’inizio dell’autunno, con il massimo di costruzione nei mesi caldi. Nel Centro-Sud e sulle coste la stagione si apre prima, già in aprile; nelle zone interne e al Nord si sposta avanti di qualche settimana, con i cantieri più intensi tra fine maggio e agosto.

Quella piccola anfora di fango sul vaso non è sporcizia: ecco chi l'ha costruita e perché lasciarla stare

Le celle costruite nella prima parte della stagione possono completare lo sviluppo in poche settimane e dare un adulto nello stesso anno. Quelle costruite a fine estate, invece, passano l’inverno all’interno dell’anfora sotto forma di larva matura in bozzolo, e l’adulto esce la primavera successiva. Ecco perché una brocchetta sigillata trovata a novembre non è un oggetto morto da raschiare via: è un uovo di Pasqua biologico con la scadenza fissata a maggio.

Come fare in modo che tornino

Non servono casette costose. Servono tre cose semplici.

  1. Fango disponibile. Un sottovaso largo con terra argillosa tenuta umida, in pieno sole, è il loro cantiere di approvvigionamento. Senza terra bagnata nel raggio di poche decine di metri, non costruiscono.
  2. Zero trattamenti chimici su piante, muri e pavimenti del balcone, e tolleranza verso qualche foglia bucata: i bruchi sono la materia prima dell’intero sistema.
  3. Fiori per gli adulti, meglio se a corolla aperta e poco profonda: ombrellifere come finocchio, aneto e carota selvatica, origano, timo, achillea, sedum. Il nettare è il carburante delle madri che costruiscono.

Chi ha iniziato a lasciar fare queste vespe racconta spesso la stessa cosa: il primo anno compare un’anfora sola, il secondo ne compaiono quattro o cinque, e intanto i cavoli e le rose si bucano meno. La vista di una femmina che leviga l’orlo del suo vaso con le mandibole, girandoci intorno come un ceramista al tornio, è uno degli spettacoli più ipnotici che un balcone possa offrire gratis.

La checklist dei tre secondi prima di staccare qualsiasi grumo di terra

Prima che il pollice entri in azione, tre domande.

  • Ha una forma? Pancia tonda, collo stretto, orlo svasato: è un’anfora di Eumenes. Tubi affiancati coperti di fango: è una muratrice che mangia ragni. Disco grigio con celle esagonali: è una cartonaia, altro discorso.
  • Com’è il foro? Aperto e netto significa cantiere in corso; tappo liscio significa dispensa piena e sigillata; foro sbrecciato significa casa già vuota.
  • Mi dà davvero fastidio lì? Se non è su una maniglia, su un davanzale dove appoggi le mani o dentro casa, la risposta onesta è quasi sempre no.

Se le prime due risposte dicono vasaia e le ultime due dicono nessun problema, la cosa migliore da fare è anche la più comoda: niente. Rimettere il vaso dov’era, spostare l’annaffiatoio di mezzo metro e lasciare che una delle più brave artigiane d’Europa finisca il suo lavoro. Costa zero, non punge e, nel frattempo, ti sta togliendo i bruchi dalle piante.

Fonti

Tag:Vespe in giardino