Spugna di luffa: come si fa, anche con le zucche rimaste verdi prima del freddo

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Ogni autunno capita la stessa cosa a chi coltiva la luffa nell’orto o sul balcone. A fine ottobre la pianta è carica di zucche lunghe come un avambraccio, ma molte sono ancora verdi e pesanti. Intanto le previsioni annunciano le prime notti fredde. Cosa si fa a quel punto? Si aspetta o si raccoglie? E i frutti acerbi daranno lo stesso una spugna? In questa guida spieghiamo che cosa succede dentro la zucca nelle ultime settimane. Vedremo come capire a che punto è ogni frutto, come salvare quelli verdi e come pulire, sbiancare ed essiccare le spugne. In fondo c’è un calendario per non ritrovarsi con lo stesso problema l’anno prossimo.

Che cos’è davvero una spugna di luffa

La luffa (Luffa aegyptiaca, chiamata anche Luffa cylindrica) è una cucurbitacea rampicante, parente di zucche e cetrioli. Si può pensare a un cetriolo molto pratico: da giovane si mangia, da maturo diventa un oggetto da usare in casa. La spugna che compriamo nei negozi non è una spugna marina e nemmeno un prodotto industriale. È lo scheletro interno del frutto, cioè l’insieme dei fasci vascolari, i «tubicini» che portano acqua e zuccheri alla polpa e ai semi.

Al microscopio questa rete ha più strati. Sotto la buccia c’è un intreccio disordinato di fibre, poi uno strato con fibre più ordinate in senso longitudinale. Al centro ci sono tre camere che contengono i semi. Le fibre sono formate soprattutto da cellulosa, con parti di emicellulosa e lignina. La lignina è il «cemento» naturale che le rende rigide. La rete è così leggera e resistente che oggi i ricercatori la studiano per rinforzare plastiche biodegradabili e perfino il cemento.

Cosa succede nelle ultime settimane

Dopo l’impollinazione il frutto cresce in fretta e si riempie di polpa succosa: in questa fase si mangia come una zucchina. Poi la crescita in lunghezza si ferma e comincia un lavoro nascosto. Le pareti delle fibre si ispessiscono e si lignificano, i semi si riempiono di riserve e scuriscono, la polpa perde acqua e si ritira. Alla fine la buccia ingiallisce, diventa marrone e secca come carta. Dentro resta solo la rete di fibre con i semi liberi.

Il punto chiave è questo: la qualità della spugna dipende da quanto le fibre sono riuscite a ispessirsi prima della raccolta. Un frutto raccolto troppo presto ha una rete già disegnata ma con pareti sottili. Una volta asciutta, sarà molle, si schiaccerà e si sfalderà presto.

Quando raccogliere la luffa: tre controlli a mano

Non serve nessuno strumento: bastano le mani e un po’ di attenzione. Ogni frutto va controllato da solo, perché sulla stessa pianta ci sono zucche nate a settimane di distanza.

  1. Il peso in mano. Un frutto verde e acerbo è pesante come un cetriolo pieno d’acqua. Un frutto maturo, a parità di dimensioni, sembra «vuoto»: pesa molto meno di quanto ci si aspetta guardandolo. Prendete l’abitudine di soppesarli tutti: dopo pochi frutti la differenza si riconosce subito.
  2. La buccia che suona vuota e si stacca. Premendo con il pollice, la buccia di un frutto maturo cede e scricchiola come carta. Toccandola con le nocche suona sorda e cava. Il colore passa dal verde al giallo-marrone. Se la buccia si crepa e si stacca a scaglie, il frutto è pronto.
  3. I semi che tintinnano. Scuotendo il frutto vicino all’orecchio si sentono i semi che rotolano dentro, come in un sonaglio. È il segno che la polpa si è asciugata e che i semi sono maturi e liberi.

Se tutti e tre i controlli danno esito positivo, il frutto si può raccogliere subito o lasciare sulla pianta finché non arriva il freddo. Se il frutto è ancora pesante, verde e silenzioso, bisogna valutarlo con il protocollo descritto qui sotto.

Luffa verde, cosa fare: il protocollo prima del freddo

La luffa è una pianta tropicale: non sopporta il gelo e già sotto i 10 °C di notte smette di maturare i frutti. Un solo episodio di gelo rovina le zucche ancora acquose: la polpa annerisce e marcisce, trascinando con sé le fibre. Quando le previsioni annunciano notti sotto i 10 °C, in genere a fine ottobre o inizio novembre al Centro-Nord, conviene raccogliere tutto e dividere i frutti in tre gruppi.

Gruppo 1: quasi maturi, da lasciare asciugare

Sono i frutti con la buccia che ingiallisce, più leggeri del normale, magari già con qualche macchia marrone. Si tagliano con un pezzo di picciolo e si mettono in un luogo asciutto, ventilato e riparato dalla pioggia: una tettoia, un garage, una soffitta. In 2-4 settimane completano la disidratazione. Quando la buccia è secca si pelano come quelli maturati sulla pianta. La spugna sarà buona, a volte appena più chiara e morbida.

Gruppo 2: verdi ma a dimensione piena, da pelare subito

Sono i frutti grandi quanto i più grossi della pianta, sodi al tatto, nati da almeno un mese. Spesso sono un po’ più leggeri dei frutti giovani e hanno una sfumatura giallastra vicino al fiore. Questi vanno pelati subito, da freschi. Se li lasciate ad asciugare con tutta la polpa, rischiano di ammuffire dall’interno e macchiare le fibre di nero.

  • Tagliate le due estremità e incidete la buccia per il lungo con un coltellino, senza affondare.
  • Infilate il pollice sotto la buccia e staccatela a strisce. Se fa resistenza, lasciate il frutto in un secchio d’acqua tiepida per qualche ora, oppure mettetelo in congelatore per una notte e fatelo scongelare. Il congelamento rompe le cellule della polpa e la buccia viene via molto più facilmente.
  • Sotto la buccia vedrete la rete di fibre ancora piena di polpa verde e viscida. Spremetela sotto l’acqua corrente come si fa con una spugna da cucina, finché l’acqua non esce limpida.

Il risultato è una spugna un po’ più fine e morbida di quella matura. È ottima per il viso, per piatti e bicchieri e in generale per le superfici delicate.

Gruppo 3: piccoli e acerbi, da mangiare o compostare

Sono i frutti corti, pieni, verdi brillanti, nati da poche settimane. Dentro le fibre ci sono già, ma le pareti sono troppo sottili: anche pelati e lavati daranno solo un intreccio molle che si sfalda dopo pochi usi. Non vale la pena perderci tempo. Quelli più teneri, sotto i 15-20 centimetri, si possono cucinare come le zucchine, in padella o nelle minestre. Gli altri finiscono nel compost.

Pelare la luffa e pulirla dalla linfa

Che il frutto sia secco o fresco, la pulizia segue gli stessi passaggi.

  1. Togliere la buccia. Su un frutto secco basta schiacciarlo tra le mani: la buccia si rompe e si stacca a pezzi. Lavorate all’aperto, perché fa parecchia polvere.
  2. Far uscire i semi. Tagliate una delle due punte e scuotete la spugna a testa in giù dentro una bacinella. Gli ultimi semi incastrati si tolgono battendo la spugna sul palmo o sciacquandola.
  3. Togliere linfa e polpa. Immergete le spugne in acqua tiepida per un’ora e poi spremetele più volte. La linfa delle cucurbitacee è appiccicosa e tende a scurire all’aria. Se non la togliete bene, la spugna resta giallo-marrone e può prendere odore. Per i frutti pelati da verdi servono due o tre risciacqui.
  4. Una goccia di sapone. Un cucchiaino di detersivo per piatti in un secchio d’acqua aiuta a sciogliere i residui più grassi. Poi risciacquate bene.

Sbiancare senza candeggina aggressiva

Il colore naturale della luffa varia dal beige al nocciola, e funziona benissimo anche così. Se però ci sono macchie scure, o volete regalarle, si possono schiarire. La candeggina classica (ipoclorito) funziona, ma è un ossidante forte: attacca anche le fibre. Le ricerche sui trattamenti chimici della luffa mostrano che i bagni sbiancanti e alcalini rimuovono lignina ed emicellulosa e cambiano la struttura e la rigidità delle fibre. Tradotto: più è aggressivo il trattamento, più la spugna diventa fragile.

  • Acqua ossigenata al 3%, quella da farmacia. Diluitela con una uguale quantità d’acqua e lasciate in ammollo le spugne per 30-60 minuti, poi risciacquate. Rispetto alla candeggina schiarisce in modo più gentile.
  • Sole diretto. Spugne umide stese al sole per qualche giorno schiariscono da sole, grazie ai raggi UV.
  • Se proprio usate la candeggina, diluitela molto (un cucchiaio per litro), con un ammollo breve e un risciacquo abbondante. Usate i guanti e non mescolatela mai con altri prodotti.

Essiccazione e conservazione

Una spugna lasciata umida in un sacchetto si riempie di muffa in pochi giorni. Dopo la pulizia stendetele su una griglia o appendetele con uno spago, all’aria e possibilmente al sole, girandole ogni tanto. Sono pronte quando sono leggere, rigide e senza zone fredde al tatto: di solito ci vogliono 2-5 giorni. Conservatele in una scatola di cartone o in un sacchetto di tela, mai nella plastica chiusa.

Spugna di luffa: come si fa, anche con le zucche rimaste verdi prima del freddo

Nella pratica di tutti i giorni conviene fare così: tagliate la spugna intera a rondelle di 4-5 centimetri, solo quando servono. Un pezzo dura settimane in cucina per piatti e pentole. Quando è consumato o non è più pulito si butta nel compost, dove si decompone come qualsiasi resto vegetale, e se ne taglia un altro. Con una ventina di frutti si smette praticamente di comprare spugne sintetiche per un anno. Avanzano anche quelle da regalare a Natale: una spugna vegetale fatta in casa legata con un nastro, insieme a una bustina di semi, è un regalo sempre apprezzato.

Semi di luffa da conservare: quali scegliere

I semi buoni vengono solo dai frutti maturati completamente, quelli del gruppo 1 o seccati sulla pianta. Gli studi sulla maturità fisiologica della luffa, con frutti raccolti a intervalli di dieci giorni dalla fioritura fino al cinquantesimo, mostrano che peso secco e capacità di germinare dei semi raggiungono il massimo solo nelle raccolte più tardive. Per questo i semi dei frutti pelati da verdi vanno scartati: sono chiari, molli o schiacciati, e germinano male o non germinano affatto.

  • Scegliete i semi neri, pieni, duri. Scartate quelli bianchi, grigi chiari o piatti.
  • Fate un test in acqua: quelli che affondano sono in genere i migliori, quelli che galleggiano sono spesso vuoti.
  • Asciugateli bene su carta per una settimana. Poi metteteli in un barattolo di vetro o in una busta di carta, al fresco e al buio. Se conservati asciutti restano buoni per diversi anni.
  • Prendeteli dai frutti più lunghi e regolari e dalle piante più precoci. Anno dopo anno state così selezionando, un po’ alla volta, una luffa più adatta al vostro clima.

Luffa coltivazione in Italia: il calendario per non arrivare in ritardo

La luffa ha bisogno di una stagione lunga e calda: in tutto 150-200 giorni dalla semina, di cui circa 120 solo per portare i frutti alla maturità da spugna. I semi germinano bene con il terreno a 25-30 °C. Sotto i 20 °C partono lentamente e in modo irregolare. Le prove condotte in climi temperati hanno mostrato che trapianto, pacciamatura scura e tutore verticale anticipano la prima raccolta e aumentano la produzione di spugne. La vera differenza la fa quindi partire presto e tenere la pianta al caldo.

Sud, isole e coste (zone 9-10)

  • Fine aprile-maggio: semina diretta all’aperto, 2-3 semi per buca, dopo averli tenuti in ammollo in acqua tiepida per una notte.
  • Giugno-luglio: fioritura abbondante. Legate i tralci al sostegno.
  • Settembre-ottobre: i frutti maturano e seccano direttamente sulla pianta.

Centro-Nord (zona 8)

  • Marzo: semina al chiuso, in vasetti biodegradabili di torba o carta, al caldo (sopra un termosifone tiepido o con un tappetino riscaldante). La luffa soffre molto se le radici vengono disturbate: il vasetto si interra intero.
  • Metà maggio: trapianto all’aperto, quando le notti superano stabilmente i 12-15 °C. La posizione ideale è contro un muro esposto a sud, che accumula calore di giorno e lo restituisce di notte. In alternativa va bene un arco o una spalliera di rete elettrosaldata ben ancorata. Una pacciamatura scura sul terreno aiuta a scaldare le radici.
  • Agosto: togliete i fiori femminili che si aprono dopo la metà del mese. Quei frutti non arriveranno mai a maturare e tolgono energia a quelli già formati. Al massimo tenetene qualcuno da mangiare giovane.
  • Fine ottobre-inizio novembre: controllo dei frutti e, alle prime notti sotto i 10 °C, raccolta di tutto seguendo il protocollo dei tre gruppi.

Luffa in vaso sul balcone

Si coltiva bene anche in vaso, purché il contenitore sia grande: almeno 40-50 litri per pianta, con un buon terriccio arricchito di compost e un sottovaso che non lasci ristagni. Il sostegno deve essere robusto: una pianta adulta con cinque o sei frutti pieni d’acqua pesa parecchio. In vaso l’acqua finisce in fretta, quindi in piena estate bisogna annaffiare tutti i giorni. Conviene anche lasciare a ogni pianta solo 4-6 frutti, per farli arrivare tutti a maturazione.

Due consigli dall’orto

Le cucurbitacee in estate attirano cimici e piccoli coleotteri che rosicchiano foglie e fiori. Nelle annate peggiori il controllo serale, a mano o con un piccolo aspirapolvere portatile, salva molti tralci. I nasturzi seminati alla base non fanno miracoli contro questi insetti, ma attirano gli impollinatori insieme a calendule e fiori spontanei. E per la luffa le api sono fondamentali, perché i fiori maschili e femminili sono separati. Un orto un po’ selvatico e pieno di fiori produce più frutti di uno troppo ordinato. Capita poi che qualche seme caduto a terra rinasca da solo la primavera dopo: al Sud quelle piantine spontanee possono arrivare fino in fondo.

In pratica: chi semina presto, tiene la pianta al caldo e sacrifica i fiori tardivi arriva all’autunno con zucche leggere che suonano vuote. A quel punto la spugna è già pronta dentro il frutto, e basta toglierle la buccia.

Fonti

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