Relitto romano di 2.200 anni fa: scoperto il segreto della "zopissa", la pece dei costruttori navali antichi

Il rivestimento di una nave romana di 2.200 anni fa svela tecniche di impermeabilizzazione sorprendentemente avanzate, rivelando il sapere navale del Mediterraneo antico. Lo studio del relitto Ilovik–Paržine 1, affondato al largo della Croazia durante l'epoca della Repubblica Romana, ha permesso ai ricercatori di identificare materiali organici sofisticati impiegati per proteggere lo scafo dall'acqua salata, dai vermi marini e dall'usura delle lunghe traversate.

La ricerca, pubblicata su Frontiers in Materials, è frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Archeologia Subacquea dell'Istituto Croato di Conservazione e il programma ADRIBOATS dell'Università di Aix-Marseille. Per la prima volta, un'analisi combinata molecolare e pollinica ha consentito di ricostruire non solo la composizione del rivestimento, ma anche gli ambienti vegetali in cui la nave fu costruita e successivamente riparata.

Pece di pino e cera d’api: la zopissa degli antichi

L'archeometra Armelle Charrié, prima autrice dello studio presso il Laboratorio di Spettrometria di Massa di Strasburgo, sottolinea quanto i materiali organici impermeabilizzanti siano stati trascurati dall'archeologia tradizionale. Eppure questi composti rappresentano testimonianze preziose delle tecnologie navali antiche e del know-how delle popolazioni che abitavano le coste adriatiche e mediterranee.

Su dieci campioni di rivestimento analizzati tramite spettrometria di massa, l'impronta molecolare ha rivelato due tipologie distinte di trattamento. La prima, più diffusa, è costituita da pece di pino, ottenuta riscaldando la resina di conifera. La seconda, più rara, è una miscela di pece e cera d'api, nota agli antichi costruttori navali greci come zopissa: un composto più flessibile e facile da stendere a caldo, particolarmente apprezzato per le sue proprietà adesive ed elastiche.

Nave Romana Antica

Il polline intrappolato nella pece

La natura appiccicosa della pece ha permesso ai ricercatori un'analisi straordinaria: i granuli di polline rimasti intrappolati nel rivestimento al momento della sua applicazione hanno offerto una fotografia botanica degli ambienti circostanti. Studiando la composizione e l'abbondanza di questi microscopici indicatori, il team ha potuto stimare con precisione dove la pece fosse stata prodotta e dove la nave fosse stata successivamente riparata.

Il quadro emerso è ricchissimo e mostra una varietà di ecosistemi attraversati o sfruttati dalla nave durante la sua vita operativa:

  • Foreste mediterranee di leccio e pino tipiche delle coste adriatiche
  • Aree di matorral con olivo e nocciolo, vegetazione arbustiva mediterranea
  • Zone ripariali con ontano e frassino, indicatrici di fiumi e litorali
  • Regioni montuose con abete e faggio, caratteristiche dell'Adriatico nord-orientale, tra Istria e Dalmazia

Una nave riparata più volte lungo l’Adriatico

L'aspetto più affascinante dello studio riguarda la stratigrafia dei rivestimenti. Le analisi indicano che lo scafo ricevette tra le quattro e le cinque applicazioni successive di materiale impermeabilizzante nel corso della sua esistenza. La poppa e la sezione centrale conservano lo stesso composto, mentre la prua presenta tre strati distinti, segno di interventi di manutenzione ripetuti realizzati con risorse provenienti da regioni differenti del Mediterraneo.

Studi precedenti sulla zavorra della nave avevano già collegato la sua costruzione a Brundisium, l'odierna Brindisi, sulla costa sud-orientale dell'Italia. I dati pollinici confermano questa ipotesi, suggerendo che alcuni rivestimenti furono effettivamente applicati in quell'area. Altri strati, tuttavia, presentano firme botaniche tipiche dell'Adriatico nord-orientale, proprio dove il relitto fu infine ritrovato nel 2016.

Tradizioni cantieristiche locali

L'Adriatico antico non era un bacino uniforme dal punto di vista della cantieristica. Le diverse regioni svilupparono stili costruttivi specifici, frutto delle risorse locali, delle condizioni di navigazione e delle tradizioni tramandate dalle popolazioni costiere. Solo studi multidisciplinari come questo permettono di restituire la complessità di queste conoscenze, evitando di appiattire la storia navale antica su un modello unico.

I principali risultati della ricerca possono essere sintetizzati così:

  1. Identificazione di due rivestimenti distinti: pece pura e miscela pece-cera d'api
  2. Documentazione di almeno quattro o cinque cicli di manutenzione
  3. Tracciamento geografico delle riparazioni dall'Italia meridionale all'alto Adriatico

Il valore della palinologia per l’archeologia navale

La combinazione tra spettrometria di massa e analisi pollinica si rivela una metodologia particolarmente potente. Come spiega Charrié, dimostrare che una nave abbia subito riparazioni durante lunghi viaggi non è semplice: i profili molecolari della pece tendono ad essere identici indipendentemente dal luogo di produzione. Il polline, invece, fornisce un marcatore geografico preciso, permettendo di distinguere strati altrimenti indistinguibili.

Questa scoperta apre nuove prospettive per lo studio dei relitti antichi e dei traffici commerciali nel Mediterraneo. Ogni rivestimento conservato sotto il mare è potenzialmente un archivio biologico e tecnologico, capace di raccontare non solo come gli antichi costruivano le loro navi, ma anche dove le portavano, chi le riparava e quali ecosistemi attraversavano. La nave di Ilovik–Paržine 1 dimostra che il sapere marittimo della Repubblica Romana era già profondamente integrato con le risorse e le competenze delle diverse coste adriatiche.