Trippa della nonna: il piatto povero che racconta l’Italia dei mercati e delle osterie

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

C’è un profumo che, in certe domeniche di novembre, esce dalle finestre delle case italiane e ferma i passanti sul marciapiede: è il profumo della trippa in umido, con il pomodoro che sobbolle piano, la mentuccia che rilascia il suo olio essenziale e il pecorino grattugiato che aspetta sul tagliere. Un piatto che sa di nonna, di cucina povera, di tempo lento. Eppure dietro questa preparazione c’è una storia lunga secoli, fatta di macellai, osti, contadini e massaie che hanno trasformato uno scarto della macellazione in una delle icone gastronomiche del Paese.

Parlare oggi di trippa significa parlare di quinto quarto, di sostenibilità alimentare, di antispreco. Temi modernissimi che le nostre nonne praticavano senza saperlo, per necessità e per intelligenza pratica. Facciamo un viaggio tra storia, tecniche di pulizia, ricette regionali e valori nutrizionali di questo piatto che è, a tutti gli effetti, un pezzo di identità italiana.

Cos’è la trippa e perché si chiama quinto quarto

La trippa è lo stomaco dei ruminanti, in particolare del bovino, che ne possiede quattro: rumine, reticolo, omaso e abomaso. Nel gergo del macellaio ognuno ha un nome poetico e concreto insieme. Il rumine si chiama croce o ciapa, il reticolo è la famosa cuffia (per la sua superficie a nido d’ape), l’omaso è il centopelli o millefogli (per le lamelle sottili che lo compongono), l’abomaso è la francese o lampredotto, la parte più tenera e saporita, quella che a Firenze ha fatto la fortuna dei trippai.

L’espressione quinto quarto nasce nei macelli romani dell’Ottocento. Il bovino veniva idealmente diviso in quattro quarti destinati ai clienti facoltosi: nobiltà, clero, borghesia, militari. Ciò che restava — frattaglie, coda, guanciale, zampe e stomaci — costituiva un fittizio quinto quarto che veniva pagato ai macellai come parte del salario e finiva nelle osterie dei rioni popolari, in particolare al Testaccio, quartiere che si sviluppò proprio intorno al mattatoio. Da lì nacque una cucina di trasformazione geniale: piatti come la coda alla vaccinara, la pajata e, naturalmente, la trippa alla romana.

La pulizia della trippa: cosa succedeva ieri e cosa succede oggi

Un tempo la trippa arrivava a casa cruda, ancora sporca del contenuto ruminale, e la sua pulitura era una liturgia. Le nonne la lavavano più volte in acqua corrente, la strofinavano con sale grosso e limone (o aceto) per eliminare l’odore pungente, poi la sbianchivano in acqua bollente con foglie di alloro, chiodi di garofano e una carota, cambiando l’acqua due o tre volte. Un processo che poteva durare mezza giornata.

Oggi la trippa che si trova al banco del macellaio o al supermercato è quasi sempre già pulita e precotta: è passata attraverso lavaggi industriali, sbiancature con acqua bollente e talvolta con soluzioni sbiancanti autorizzate dalla normativa europea, ed è pronta da cuocere. Questo non toglie nulla al piatto, anzi ne facilita enormemente la preparazione domestica. Alcuni accorgimenti restano però validi:

  • Sciacquarla sempre in acqua fredda prima dell’uso, anche se venduta pulita.
  • Tagliarla a listarelle sottili, di circa mezzo centimetro di larghezza, per aumentare la superficie di cottura e assorbimento dei sapori.
  • Sbollentarla brevemente per dieci-quindici minuti in acqua con alloro e una costa di sedano, se si desidera un sapore più delicato: molte nonne lo facevano per ammorbidirla ulteriormente prima dell’umido.
  • Verificare l’origine: la tracciabilità del bovino è obbligatoria in Europa e va indicata sull’etichetta.

La trippa alla romana: pomodoro, mentuccia e pecorino

Nel cuore di Roma la trippa è un rito settimanale. Si dice trippa de sabato perché tradizionalmente veniva consumata di sabato, giorno di macellazione, quando le frattaglie erano più fresche. La ricetta canonica prevede un soffritto di sedano, carota e cipolla, l’aggiunta della trippa a listarelle, la sfumatura con vino bianco secco, il pomodoro (fresco d’estate, pelato d’inverno) e la lunga cottura a fuoco basso, almeno un’ora e mezza.

La firma della ricetta romana sono due ingredienti finali: la mentuccia romana (Clinopodium nepeta, chiamata anche nepitella), un’erba spontanea dal profumo balsamico simile alla menta ma più sottile, e il pecorino romano DOP grattugiato al momento. La mentuccia sgrassa e rinfresca, il pecorino salato dà quella nota sapida che chiude il piatto. Servita ben calda, la trippa alla romana si accompagna con del pane casareccio e un bicchiere di rosso leggero, tipicamente un Cesanese.

La trippa alla fiorentina e il mito del lampredotto

Firenze ha con la trippa un rapporto quasi carnale. Nei mercati storici — San Lorenzo, Sant’Ambrogio, Piazza dei Ciompi — i trippai sono ancora oggi banchi ambulanti che vendono panini caldi al lampredotto, l’abomaso lessato per ore in un brodo con pomodoro, sedano, cipolla e prezzemolo. Il panino si intinge nel brodo di cottura (la bagnata), si condisce con salsa verde (prezzemolo, aglio, capperi, acciughe, olio) o salsa piccante, e si mangia in piedi, spesso a colazione dagli operai.

La trippa alla fiorentina in versione da tavola prevede invece cuffia e croce tagliate a strisce, cotte in un ragù di pomodoro con sedano, carota, cipolla e a fine cottura una manciata generosa di parmigiano — qui non pecorino — che gratina leggermente il tutto. Nessuna mentuccia: la Toscana preferisce la salvia e talvolta il rosmarino.

Le altre grandi scuole regionali

Ogni regione italiana ha reinterpretato la trippa secondo la propria dispensa e il proprio clima.

  • Milano ha la busecca, minestra densa di trippa, fagioli borlotti, verza, cotenna di maiale, pomodoro e brodo, piatto invernale per eccellenza dei Navigli e delle nebbie lombarde.
  • Napoli propone la trippa alla napoletana, in umido con pomodoro, aglio, peperoncino e abbondante prezzemolo, spesso servita anche fredda con succo di limone come street food estivo (‘o pere e ‘o musso).
  • Genova la cucina alla sbira, con funghi secchi e pinoli, servita con crostini.
  • Torino e il Piemonte hanno la trippa alla piemontese, arricchita con fagioli e talvolta con una nota di noce moscata.
  • La Sardegna conserva ricette di trippa d’agnello (corda, sa treccia), intrecciata e arrostita alla brace.

Ricetta della nonna: trippa in umido con pomodoro e mentuccia

Dosi per quattro persone, tempo totale circa due ore.

Trippa della nonna: il piatto povero che racconta l'Italia dei mercati e delle osterie

Ingredienti

  • 800 g di trippa mista (cuffia e croce) già pulita
  • 400 g di pomodori pelati di qualità
  • 1 cipolla dorata media
  • 1 costa di sedano
  • 1 carota
  • 2 spicchi d’aglio
  • 1 bicchiere di vino bianco secco
  • 1 mazzetto di mentuccia romana fresca
  • Pecorino romano DOP grattugiato, a piacere
  • Olio extravergine d’oliva, sale, pepe nero
  • 1 foglia di alloro, 1 chiodo di garofano (facoltativi)

Procedimento

  1. Sciacquate la trippa in acqua fredda, asciugatela e tagliatela a listarelle di circa mezzo centimetro. Se preferite un sapore più delicato, sbollentatela dieci minuti in acqua con alloro, poi scolatela.
  2. Tritate finemente cipolla, sedano, carota e uno spicchio d’aglio. Fate rosolare il trito in tre cucchiai d’olio in una pentola dai bordi alti, meglio se di coccio o di ghisa, a fuoco dolce per dieci minuti.
  3. Alzate la fiamma, unite la trippa e fatela insaporire cinque minuti mescolando. Sfumate con il vino bianco e lasciate evaporare completamente.
  4. Aggiungete i pomodori pelati schiacciati con la forchetta, l’alloro, il chiodo di garofano, sale e pepe. Coprite quasi del tutto e cuocete a fuoco basso per almeno un’ora e mezza, mescolando di tanto in tanto. Se asciuga troppo, unite un mestolo d’acqua calda o brodo vegetale.
  5. Assaggiate: la trippa deve risultare morbida ma non sfatta, il sugo denso e vellutato. Cinque minuti prima di spegnere, aggiungete la mentuccia tritata a coltello.
  6. Servite ben calda, con una generosa spolverata di pecorino romano e, se piace, una macinata di pepe. Il pane casareccio raffermo, magari appena tostato, è d’obbligo per la scarpetta.

Gli errori da non fare

Anche una ricetta apparentemente semplice ha le sue trappole. Ecco i più comuni.

  • Cottura troppo breve: la trippa richiede tempo. Sotto l’ora e mezza rimane gommosa. Meglio abbondare che tagliare corto.
  • Fuoco troppo alto: deve pippiare, come dicevano le nonne, cioè sobbollire piano. Bollire forte la indurisce e brucia il pomodoro.
  • Troppo sale: il pecorino finale è già molto sapido. Salate poco durante la cottura e regolate a fine preparazione.
  • Mentuccia secca al posto della fresca: perde gran parte dei profumi. Se non trovate la mentuccia, meglio la menta romana fresca che il barattolo essiccato.
  • Non sciacquarla: anche se venduta pulita, un risciacquo elimina eventuali residui di liquidi di conservazione.

Valori nutrizionali e sicurezza alimentare

La trippa, dal punto di vista nutrizionale, è un alimento interessante e spesso sottovalutato. Cento grammi di trippa bovina cruda apportano circa 85 kcal, con un contenuto proteico di circa 12-15 grammi e un tenore di grassi contenuto (attorno ai 4 grammi), inferiore a molti tagli di carne rossa. È ricca di vitamina B12, selenio, zinco e ferro eme altamente biodisponibile, con quantità apprezzabili di collagene, la proteina strutturale che dopo lunga cottura si trasforma in gelatina e dà al piatto la sua caratteristica cremosità.

Il contenuto di colesterolo è medio (attorno ai 120-150 mg per 100 g) e va tenuto in considerazione in caso di dislipidemie. Le linee guida europee sul consumo di carni e frattaglie suggeriscono un consumo moderato: la trippa può essere inserita una o due volte al mese in una dieta varia. Attenzione anche al sodio, soprattutto quando il piatto è arricchito da pecorino stagionato.

Sul fronte della sicurezza alimentare, la trippa oggi in commercio in Europa è sottoposta a rigorosi controlli sanitari post macellazione. Alcune raccomandazioni pratiche:

  • Conservare la trippa cruda in frigorifero a 0-4 °C e consumarla entro 24-48 ore dall’acquisto.
  • Una volta cotta, riporla in contenitori ermetici e consumarla entro 2-3 giorni; è un piatto che migliora il giorno dopo, come sanno tutte le nonne.
  • Si presta molto bene al congelamento: cotta e porzionata, si conserva fino a tre mesi a -18 °C.
  • Riscaldare sempre fino a completa fumata (oltre 75 °C al cuore) per garantire la sicurezza microbiologica.

Un piatto povero che parla al presente

Riscoprire la trippa oggi significa fare tre cose insieme: onorare un patrimonio culturale, praticare la cucina antispreco valorizzando ogni parte dell’animale, e ridurre l’impronta ambientale delle nostre scelte alimentari. Il consumo di frattaglie riduce infatti gli sprechi lungo la filiera zootecnica e distribuisce meglio il valore nutrizionale ed economico di un capo di bestiame. In tempi in cui si parla molto di sostenibilità, le nonne italiane, con il loro pentolino di coccio sul fuoco basso, avevano già trovato una risposta. Basta solo tornare ad ascoltarle.

Fonti

Tag:Trippa in umido