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Gli scimpanzé mangiano frutta tutto il giorno. Fin qui niente di strano. Il fatto è che quella frutta contiene alcol, e non in quantità trascurabili. Secondo uno studio pubblicato su Science Advances nel 2025, gli scimpanzé selvatici ingeriscono in media 14 grammi di etanolo puro al giorno attraverso la loro dieta, l'equivalente di circa due drink e mezzo per un essere umano. E non mostrano alcun segno di ubriachezza.
Lo studio di Berkeley: tre anni nei parchi africani
La ricerca è stata guidata da Aleksey Maro, dottorando in biologia integrativa all'Università della California, Berkeley, sotto la supervisione del professor Robert Dudley. Il team ha condotto tre campagne sul campo tra il 2019 e il 2022 in due siti: il Parco Nazionale di Kibale in Uganda, che ospita il più grande gruppo sociale di scimpanzé in Africa, e il Parco Nazionale di Taï in Costa d'Avorio.
I ricercatori hanno campionato 21 specie di frutti dalla dieta degli scimpanzé, analizzandone il contenuto alcolico con tre metodi diversi: un dispositivo a semiconduttore simile a un etilometro, un gascromatografo portatile e reagenti chimici colorimetrici. Risultato: la frutta consumata dagli scimpanzé contiene in media lo 0,26% di alcol per volume, con i frutti più maturi che raggiungono concentrazioni più alte.
Poco alcol per frutto, molto alcol in totale
Lo 0,26% sembra pochissimo: per confronto, una birra ne contiene circa il 5%. Ma come ha spiegato Dudley: "Gli scimpanzé mangiano dal 5 al 10% del loro peso corporeo in frutta matura ogni giorno, quindi anche concentrazioni basse producono un totale giornaliero consistente". In media, un adulto di circa 40 kg consuma 4,5 chilogrammi di frutta al giorno. Moltiplicando per il contenuto alcolico medio, si arriva ai 14 grammi di etanolo: l'equivalente di un bicchiere e mezzo di vino.
Aggiustando per il peso corporeo (gli scimpanzé pesano circa la metà di un essere umano), l'esposizione all'alcol è paragonabile a quella di una persona che beve 2,6 drink standard al giorno, tutti i giorni.
Perché non si ubriacano
Il consumo è distribuito nell'arco di tutta la giornata, non concentrato in una singola sessione. Questo significa che il fegato ha tempo di metabolizzare l'etanolo man mano che viene assunto. Ma c'è di più. Circa 10 milioni di anni fa, l'antenato comune di esseri umani, scimpanzé e gorilla sviluppò una mutazione nel gene ADH4, che codifica un enzima responsabile della prima metabolizzazione dell'alcol nello stomaco e nell'esofago. Questa mutazione ha aumentato l'efficienza catalitica dell'enzima di 40 volte.
In pratica, il nostro organismo e quello degli scimpanzé sono stati letteralmente costruiti dall'evoluzione per processare l'alcol dalla frutta. Non è un vizio: è biochimica ereditata da milioni di anni di dieta frugivora.
Cosa c’entra con l’attrazione umana per l’alcol
Come ha scritto Maro: "L'attrazione umana per l'alcol probabilmente deriva da questa eredità alimentare del nostro antenato comune con gli scimpanzé". È la cosiddetta "drunken monkey hypothesis", l'ipotesi della scimmia ubriaca, proposta dallo stesso Dudley nel 2004: i primati ancestrali avrebbero sviluppato una preferenza per i frutti fermentati perché più calorici e più facili da localizzare grazie all'odore dell'etanolo.
In Italia, dove il rapporto con il vino è antico quanto la civiltà stessa (le prime tracce di vinificazione nella penisola risalgono a oltre 4.000 anni fa, con i Nuragici in Sardegna e gli Etruschi nell'Italia centrale), questa scoperta aggiunge un livello di profondità evolutiva a una tradizione culturale che spesso diamo per scontata. Non è solo cultura: è anche biologia. Le popolazioni aborigene australiane, invece, non bevono alcolici: per loro è vietato.
I ricercatori hanno osservato anche un comportamento sociale interessante: gli scimpanzé condividono i frutti fermentati tra loro, suggerendo che l'alcol possa avere un ruolo nel rafforzare i legami di gruppo. Anche questo suona stranamente familiare a chiunque abbia aperto una bottiglia in compagnia.




