Verme di 8 cm vivo nel cervello: estratto dal lobo frontale di una donna di 64 anni

Una donna di 64 anni del sud-est del Nuovo Galles del Sud è entrata nella storia della medicina nel giugno 2022, quando i chirurghi le hanno estratto dal lobo frontale destro un verme nematode lungo 80 millimetri, vivo e mobile, di colore rosso brillante. Si trattava di una larva al terzo stadio di Ophidascaris robertsi, un parassita che vive normalmente nello stomaco dei pitoni tappeto australiani. Mai prima d'ora questa specie era stata trovata in un essere umano. Il caso è stato pubblicato nel 2023 sulla rivista Emerging Infectious Diseases, edita dai Centers for Disease Control and Prevention statunitensi, e segnalato ufficialmente dai Canberra Health Services l'11 agosto 2023.

Parassita Cervello Umano

Un anno di sintomi senza spiegazione

La storia clinica inizia nel gennaio 2021. La paziente si presenta dal medico con dolori addominali, tosse secca persistente e sudorazioni notturne. Gli esami del sangue mostrano un valore anomalo: il tasso di eosinofili, i globuli bianchi che intervengono nelle reazioni immunitarie contro i parassiti, risulta circa 20 volte superiore alla norma. Le scansioni rivelano lesioni a polmoni, fegato e milza.

I medici formulano una diagnosi di polmonite eosinofila di origine ignota e prescrivono prima corticosteroidi, poi immunosoppressori, infine anticorpi monoclonali. Tutti i test per i parassiti più comuni (echinococco, fasciola, schistosoma) tornano negativi. Nel 2022 compaiono tre nuovi sintomi: disturbi progressivi della memoria, una depressione che si aggrava e, all'IRM, una lesione di 13×10 mm nel lobo frontale destro.

La biopsia cerebrale e la sorpresa

I chirurghi decidono di operare per analizzare la lesione cerebrale. Quando aprono la zona, trovano una struttura filamentosa di un millimetro di diametro, lunga otto centimetri, che si muove. Le analisi PCR condotte congiuntamente dall'università di Sydney e dall'università di Melbourne identificano il verme con una corrispondenza superiore al 99,7%: è effettivamente una larva di Ophidascaris robertsi.

Il ciclo biologico di questo parassita è ben documentato negli animali. Le uova vengono espulse con le feci del pitone tappeto (Morelia spilota), ingerite da piccoli mammiferi che fungono da ospiti intermedi, e il ciclo si chiude quando il serpente divora la preda infetta. Ma come può un verme di rettile finire nel cervello di una donna che non ha mai toccato un pitone?

La pista della vegetazione contaminata

L'indagine epidemiologica ha ricostruito le abitudini della paziente. Raccoglieva regolarmente warrigal greens (Tetragonia tetragonioides), una pianta selvatica commestibile diffusa in Australia, lungo le rive di un lago frequentato da pitoni tappeto. I ricercatori ipotizzano due vie di contagio: l'ingestione diretta delle uova attraverso la vegetazione contaminata dalle feci dei serpenti, oppure il contatto indiretto tramite utensili da cucina sporchi.

Una volta nell'organismo umano, le larve di Ophidascaris hanno mostrato una resistenza notevole. Studi su ratti di laboratorio infettati sperimentalmente avevano già dimostrato che queste larve possono sopravvivere nei tessuti per più di quattro anni. Nel caso della paziente australiana, c'è un ulteriore elemento da considerare: il trattamento immunosoppressore prescritto per i sintomi polmonari ha probabilmente abbassato le difese al punto da permettere alla larva di migrare verso il sistema nervoso centrale, un'invasione mai documentata prima per questa specie.

Dopo l’intervento

Rimosso il verme, alla paziente sono stati somministrati ivermectina e albendazolo, due antiparassitari, per eliminare eventuali larve residue annidate in altri organi. Sei mesi dopo l'intervento, i valori degli eosinofili erano tornati nella norma e le lesioni polmonari erano regredite. I disturbi neuropsichiatrici, invece, sono persistiti parzialmente, segno che il passaggio della larva attraverso il tessuto cerebrale aveva lasciato strascichi non immediatamente reversibili.

Il caso solleva domande nuove sul rapporto tra fauna selvatica e patologie umane. Le zoonosi parassitarie tendono a rispettare barriere di specie piuttosto rigide, ma quando un ospite umano viene esposto a uova di parassiti che normalmente non lo riguardano, e quando il sistema immunitario è compromesso da terapie, queste barriere possono cadere. La raccolta di piante selvatiche in aree frequentate da rettili, in Australia come altrove, richiede attenzione: un lavaggio accurato delle foglie resta una precauzione semplice ma efficace.