Quella vespa gigante nella trappola a settembre non è la regina del nido: ecco chi è davvero

Esperto di Botanica

Alessio Mori, classe 1979, è un esperto ed appassionato bootanico, apicolture ed agricoltore. Conosciuto per la sua ricerca sulle abitudini invernali delle api mellifere, vanta una ventennale storia di ricerca e sperimentazione nel campo dell'agricoltura.

Succede ogni anno, puntuale come la vendemmia. Si svuota la trappola appesa vicino al tavolo del giardino, si guarda dentro e fra decine di vespe tutte uguali ce n’è una nettamente più grossa. Il pensiero è immediato: ho preso la regina, il nido è finito. È una soddisfazione comprensibile, ma quasi sempre sbagliata. Quella vespa grande non è la madre della colonia che ronza nel muretto a secco: è una figlia appena nata, una futura regina che sta facendo il pieno di zuccheri prima di andare in letargo. E catturarla, a fine estate, non sposta praticamente nulla sul numero di vespe che vedrete l’anno prossimo.

Capire questa differenza cambia il modo in cui si gestiscono le vespe attorno a casa: quando ha senso mettere una trappola, quando è solo uno spreco che uccide insetti utili, e cosa fare davvero per avere meno problemi la primavera successiva.

Chi è davvero la vespa gigante di fine estate

La specie che riempie le trappole in Italia è quasi sempre la vespa comune germanica, Vespula germanica, spesso insieme alla sorella Vespula vulgaris. Sono le classiche vespe gialle e nere che nidificano nel terreno, nei muri cavi, nei cassonetti delle tapparelle e nei sottotetti.

Il loro anno funziona così. A marzo una singola regina svernante esce dal letargo, cerca una cavità e fonda il nido da sola: costruisce le prime celle, depone, caccia, alleva le prime figlie. Quando nascono le prime operaie, la regina smette di uscire. Da quel momento fa un mestiere solo: depone uova, giorno dopo giorno, chiusa nel nido. Sono le operaie a volare, cacciare, ampliare la cartapesta del nido. Questo è il punto decisivo: la regina fondatrice, da maggio in poi, praticamente non la vedete mai. Non va sulla pesca matura, non entra nel bicchiere di vino, non finisce nella bottiglietta con l’esca.

Verso la fine dell’estate la colonia cambia programma. Ha raggiunto il picco, spesso migliaia di operaie, e comincia a produrre gli individui riproduttivi: i maschi e le gine, cioè le future regine. Nelle colonie di Vespula germanica possono essere diverse centinaia per nido. Queste nuove regine escono, si accoppiano durante i voli nuziali e poi devono accumulare grasso per superare l’inverno. Per farlo hanno bisogno di una cosa sola: zucchero. Ecco perché a settembre e ottobre finiscono nelle trappole, sulla frutta caduta, nel succo, nella marmellata.

Quindi la vespa enorme nel barattolo è una gine: sorella maggiore delle altre, stessa specie, casta diversa. Non avete decapitato nulla.

Come riconoscere la regina delle vespe in venti secondi

Con un po’ di attenzione la distinzione si fa a occhio nudo, anche su un esemplare già morto nella trappola.

  • Taglia: le operaie di Vespula germanica misurano circa 12-17 mm, le regine e le gine 17-20 mm. Non è un dettaglio da entomologo: affiancata alle altre, la gine sembra di un’altra categoria.
  • Corporatura: l’addome è più tozzo, largo e pieno, perché carico di riserve di grasso e di corpi grassi. Le operaie a fine stagione sono spesso magre e consumate.
  • Il disegno del capo: Vespula germanica ha tre piccoli puntini neri allineati sul clipeo, la piastrina facciale fra le antenne e le mandibole. Vespula vulgaris ha invece una macchia continua, spesso a forma di ancora. È il carattere più affidabile per dare un nome alla specie.
  • I maschi: anche loro compaiono in autunno, hanno antenne più lunghe e addome più affusolato, e soprattutto non pungono, perché il pungiglione è un ovopositore modificato e loro non ce l’hanno.

E se fosse un calabrone?

La confusione più frequente è con il calabrone europeo, Vespa crabro. Qui la differenza è netta: il calabrone è molto più grande (le operaie superano abbondantemente i 20 mm, le regine arrivano a 35 mm), e soprattutto il colore è diverso, con torace e capo tendenti al bruno-rossiccio invece che al nero lucido. Il volo è più pesante e rumoroso, è attivo anche di notte ed è attratto dalle luci, cosa che le vespule non fanno. È inoltre un insetto molto meno aggressivo di quanto dica la sua fama: lontano dal nido è tranquillo, e in Italia è un predatore utilissimo di mosche, tafani e altri insetti. Trovarne uno in trappola è una piccola sconfitta ecologica, non un trofeo.

Perché a settembre le vespe diventano insistenti sullo zucchero

C’è una ragione fisiologica precisa dietro il fastidio autunnale, e non è cattiveria. Nelle colonie di vespe sociali esiste uno scambio alimentare continuo fra adulti e larve: le operaie portano proteine animali alle larve (insetti masticati, brandelli di carne, pesce), e in cambio le larve rilasciano una goccia di secrezione zuccherina che gli adulti bevono. È una vera e propria economia interna: le larve funzionano da dispensa di carboidrati per tutta la colonia, e le analisi della composizione di queste secrezioni mostrano che il loro profilo nutritivo cambia con la fase della colonia e con la casta allevata.

A fine stagione la regina smette di deporre, le ultime larve si impupano e la fonte di zucchero interna si spegne. Le operaie restano senza il loro carburante quotidiano e senza larve da nutrire: non hanno più motivo di cacciare proteine e devono procurarsi glucidi all’esterno. È il momento in cui passano da predatrici discrete a visitatrici insistenti di uva, fichi, prugne cadute, bibite, dolci, bicchieri di vino. Il loro carattere non cambia: cambia la dieta, e cambiano i luoghi dove cercano cibo, che purtroppo coincidono con i nostri.

In Italia questa transizione è più tardiva rispetto al Nord Europa: al Nord e in montagna si osserva fra fine agosto e settembre, nelle zone centrali e costiere spesso fra fine settembre e ottobre inoltrato, e nelle aree più calde del Sud e delle isole l’attività può proseguire fino a novembre, con casi eccezionali di colonie che, con inverni molto miti, sopravvivono oltre la stagione.

Perché catturare la vespa grande non riduce le vespe del prossimo anno

Qui arriva la parte controintuitiva. Mettiamo pure che la gine catturata fosse già fecondata: eliminarla è comunque un’inezia statistica, per tre motivi.

Primo: il nido è già condannato. Le colonie di Vespula sono annuali. Con il freddo, maschi e operaie muoiono tutti, la vecchia regina muore, il nido di cartapesta viene abbandonato e non viene mai riutilizzato l’anno dopo. Non serve toglierlo di mezzo a ottobre: lo fa l’inverno, gratis.

Secondo: i numeri non tornano. Ogni colonia matura produce diverse centinaia di future regine, e in un raggio di poche centinaia di metri dal vostro giardino ci sono verosimilmente più colonie. Le tre o quattro gine che finiscono nella vostra trappola sono una frazione trascurabile. Ci pensa già la natura a fare selezione: la mortalità invernale delle regine svernanti è altissima, e solo una piccolissima parte riesce a fondare un nido in primavera. Le vespe dell’anno prossimo dipenderanno molto più dall’andamento meteorologico di marzo e aprile che dalla vostra bottiglia.

Terzo: le trappole sono poco selettive. Le valutazioni condotte sulle trappole a esca liquida usate contro i vespidi mostrano che la stragrande maggioranza degli insetti catturati non è la specie bersaglio: prevalgono ditteri, imenotteri nativi, lepidotteri notturni, e finiscono nel liquido anche api e bombi. In alcune campagne di monitoraggio il vespide bersaglio rappresentava appena l’1% circa del totale catturato. Studi recenti in vigneto hanno concluso che il trappolaggio di massa con esche attrattive non riduce in modo apprezzabile i danni e che l’impatto sugli insetti non bersaglio è un problema concreto per la biodiversità locale. In altre parole: una trappola autunnale nel frutteto fa strage di mosche, sirfidi e farfalle notturne e non incide sulla popolazione di vespe.

Quando una trappola ha davvero senso: marzo e aprile

La finestra utile è l’opposto di quella in cui quasi tutti le usano. In primavera, fra metà marzo e fine aprile (poco più tardi in montagna e in Appennino), le regine svernanti escono dal letargo e volano basse cercando una cavità dove fondare. In quel momento ogni regina intercettata corrisponde potenzialmente a una colonia che non nascerà: una singola fondatrice può arrivare a produrre migliaia di operaie entro agosto. Questa logica è alla base delle raccomandazioni di trappolaggio primaverile nelle aree con forte pressione, per esempio attorno agli apiari.

Quella vespa gigante nella trappola a settembre non è la regina del nido: ecco chi è davvero

Attenzione però a non trasformarla in una crociata. Anche il trappolaggio primaverile ha efficacia limitata su scala di giardino e cattura comunque insetti non bersaglio. Le indicazioni pratiche sensate sono:

  • usare poche trappole, mirate, solo dove c’è un problema reale (apiario, area pranzo, ingresso di casa);
  • impiegare esche zuccherine e acide in primavera e autunno, per esempio birra o vino con aceto e un po’ di zucchero: l’aceto riduce fortemente l’attrattività per api e bombi, che al vino andato non si avvicinano;
  • togliere la trappola quando la funzione è esaurita, invece di lasciarla tutta l’estate a mietere insetti;
  • preferire, per il cibo all’aperto, l’esca di allontanamento: un piattino con frutta matura o un pezzo di prosciutto posto a 5-10 metri dal tavolo riduce le visite senza uccidere nessuno.

Dove svernano le regine e cosa fare se ne trovate una in casa

Le future regine non passano l’inverno nel nido. Si infilano da sole in fessure riparate, asciutte e fredde ma non gelate: cassonetti delle tapparelle, intercapedini dei serramenti, pieghe di tende da sole arrotolate, cataste di legna, sottotetti, cantine, capanni degli attrezzi, cassette di legno, vecchie tapparelle in soffitta, persino le pieghe dei tessuti riposti in garage. Restano immobili, in una specie di sonno profondo, per mesi.

Capita spesso che in una giornata mite di gennaio o febbraio, o accendendo il riscaldamento in una stanza chiusa, una vespa grossa e stordita si svegli e compaia in casa, volando lenta contro la finestra. Cosa fare:

  • non agitarsi: una regina appena sveglia è intorpidita e poco reattiva, e non ha alcun nido da difendere;
  • coprirla con un bicchiere, infilare sotto un cartoncino e portarla fuori, meglio se in un luogo riparato come una legnaia o un cespuglio fitto, non in pieno sole;
  • se le temperature sono sotto zero, rimetterla in un ambiente freddo ma protetto (garage, ripostiglio non riscaldato) è più sensato che lanciarla nel gelo o tenerla al caldo, dove consumerebbe le riserve e morirebbe;
  • a fine inverno, controllare e sigillare i punti d’accesso: fessure dei cassonetti, sfiati non protetti, coppi sollevati, fori di aerazione senza rete. Una rete a maglia fine da 2-3 mm è la difesa più efficace e più duratura contro la nidificazione.

In giardino, la misura che funziona meglio in assoluto a fine estate è banale: raccogliere la frutta caduta ogni due o tre giorni, tenere i bidoni dell’umido ben chiusi e sciacquare le lattine prima di buttarle. Meno zucchero libero, meno vespe insistenti attorno al tavolo.

Punture, animali domestici e allergie: le regole che contano

Le vespule pungono per difesa, e sono molto più reattive vicino al nido: il vero rischio non è la vespa sul piatto, è il tosaerba o il decespugliatore passato sopra un nido interrato. Se si sospetta un nido nel terreno o in un muro, la regola è segnalare il punto, non tapparne l’ingresso e non provare a bruciarlo o a inondarlo: è il modo più sicuro per farsi pungere più volte.

Poche indicazioni pratiche:

  • non schiacciare una vespa a mani nude vicino al nido: le vespe rilasciano feromoni di allarme che richiamano le compagne;
  • non bere da lattine aperte lasciate incustodite: una puntura in bocca o in gola richiede valutazione medica immediata, anche in chi non è allergico;
  • sui cani, le punture in bocca o sul muso sono le più problematiche; gonfiore che cresce, difficoltà respiratoria, vomito o barcollamento richiedono il veterinario subito;
  • chi ha già avuto reazioni generalizzate (orticaria diffusa, gonfiore al volto, difficoltà a respirare, capogiro) deve portare con sé l’adrenalina autoiniettabile prescritta e rivolgersi a un centro di allergologia: per l’allergia al veleno di imenotteri esiste un’immunoterapia specifica, con ottimi risultati;
  • su una puntura normale: lavare, applicare ghiaccio, eventuale antistaminico. La reazione locale che gonfia per 24-48 ore è sgradevole ma comune e non indica di per sé allergia.

Un ultimo cambio di prospettiva

Le vespe hanno una pessima stampa perché le incontriamo solo nel loro mese peggiore. Per il resto dell’anno una colonia di Vespula germanica è una macchina da caccia che preleva dai dintorni una quantità impressionante di mosche, cavolaie, lepidotteri defogliatori e altri insetti da portare alle larve: nell’orto e nel frutteto è un contributo di controllo biologico gratuito. Solo che la fattura ce la presenta tutta insieme, a settembre, sul tavolo della merenda.

Quindi, la prossima volta che trovate la vespa gigante nella trappola, sapete cosa avete davanti: non la regina madre, ma una figlia in viaggio verso l’inverno. Il nido che l’ha prodotta morirà comunque entro poche settimane, e le sue centinaia di sorelle sono già altrove. La vera partita si gioca a marzo, con qualche trappola mirata e soprattutto con una rete a maglia fine sui cassonetti. Molto meno spettacolare, molto più efficace.

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