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Ad agosto, nel primo pomeriggio, il giardino sembra avere una colonna sonora propria: un frinire continuo che parte da un olivo, si propaga al frassino del vicino e riempie l’aria fino al tramonto. Quasi tutti credono di sapere da dove arriva quel suono: la cicala sfrega le ali, come fa il grillo. Ecco, questa è una delle convinzioni più diffuse e più sbagliate del mondo degli insetti. La cicala non sfrega proprio niente. Il suo canto nasce da un meccanismo molto più sorprendente, che assomiglia più a una scatoletta di latta schiacciata centinaia di volte al secondo che a un violino.
E c’è un secondo colpo di scena, ancora più interessante per chi ha un orto o un giardino: l’insetto che senti cantare in estate ha passato anni sotto i tuoi piedi, cieco e silenzioso, aggrappato alle radici dei tuoi alberi. Proprio adesso, mentre il giardino tace, lì sotto c’è una generazione che sta crescendo e che canterà fra due o tre estati.
Prima di tutto: che insetto è la cicala
La cicala non è una cavalletta e non è una grossa mosca. Appartiene all’ordine degli emitteri, lo stesso gruppo delle cimici e degli afidi: insetti dotati di un rostro pungente-succhiatore, una specie di cannuccia rigida con cui perforano i tessuti vegetali e bevono linfa. Niente mandibole per mordere, niente pungiglione.
In Italia le specie che si incontrano più spesso sono due. Cicada orni misura circa 23-28 millimetri ed è riconoscibile per le macchioline scure distribuite sulle ali trasparenti: è la cicala di campagna, tipica di olivi, frassini, platani, siepi e alberi di città. Lyristes plebejus è più grande, intorno ai 30-37 millimetri, con ali quasi prive di punti neri, e si ascolta soprattutto nelle pinete e nei boschi mediterranei. Esistono poi specie meno appariscenti come Tibicina haematodes, Cicadetta montana (una piccola cicala di ambienti collinari e montani) e Cicadatra atra, legata anche agli oliveti.
Visti da vicino, questi insetti sono magnifici. Mi è capitato più volte di raccoglierne uno posato su una foglia e di lasciarlo camminare sul dito mentre scattavo qualche fotografia ravvicinata: non morde, non punge, non fugge in preda al panico. Restano fermi, come se posassero: occhi composti enormi e ben distanziati ai lati del capo, tre piccoli occhi semplici al centro della fronte disposti a triangolo, ali nervate come vetrate. L’unico rischio è che, se lo stringi, emetta un verso stridulo di protesta e ti bagni la mano con un goccio di liquido: è solo linfa in eccesso, del tutto innocua.
Il canto nasce da due timballi, non dalle ali
Il motore acustico della cicala si chiama timballo (in inglese tymbal) ed è una coppia di membrane rigide e nervate, collocate ai lati del primo segmento dell’addome, subito dietro il torace. Immagina il fondo di un barattolo di latta: se lo premi con il pollice, scatta verso l’interno con un clic secco; se lo rilasci, torna indietro con un altro clic. Il timballo funziona esattamente così, ma è molto più raffinato.
Ogni membrana è attraversata da costole irrigidite. Quando un grosso muscolo interno si contrae, tira il timballo verso l’interno e le costole non si deformano tutte insieme: si piegano una dopo l’altra, in sequenza, e ognuna produce il proprio impulso sonoro. Una sola contrazione muscolare, quindi, genera una raffica di schiocchi, non uno solo. Quando il muscolo si rilassa, la membrana torna indietro e produce un’altra serie di impulsi. I muscoli del timballo in molte specie lavorano a ritmi vertiginosi, nell’ordine di centinaia di cicli al secondo: ecco perché l’orecchio umano non sente una serie di clic separati, ma un ronzio continuo e penetrante.
Il secondo ingrediente è altrettanto ingegnoso. L’addome del maschio è in gran parte vuoto: sacchi d’aria occupano lo spazio che in altri insetti è riempito dagli organi. Questa cavità funziona da cassa armonica, come il corpo di una chitarra, e amplifica e accorda gli schiocchi del timballo su una frequenza caratteristica di ogni specie. Il suono esce poi attraverso due ampie membrane poste sulla parte inferiore dell’addome. Studi recenti di biomeccanica hanno mostrato quanto sia sofisticata questa architettura: una struttura naturale capace di convertire un movimento muscolare lento in un segnale acustico potentissimo, con un’efficienza che ispira oggi la progettazione di materiali e dispositivi sonori.
Risultato pratico: una cicala di pochi centimetri può produrre un suono udibile a centinaia di metri, in certe specie tra i più intensi del mondo degli insetti in rapporto alla taglia.
Perché canta solo il maschio (e perché non diventa sordo)
Se senti cantare, stai ascoltando un maschio. I timballi ben sviluppati e l’addome cavo da risonatore sono una prerogativa maschile: il canto è un richiamo sessuale, un annuncio di presenza rivolto alle femmine della stessa specie. La femmina è muta, ha l’addome occupato dagli ovari e dal robusto organo per deporre le uova, e risponde al richiamo avvicinandosi, in alcune specie con un breve schiocco delle ali.
È questo il motivo per cui ogni specie ha un canto diverso e riconoscibile: funziona da carta d’identità acustica, evita incroci sbagliati tra specie simili e permette agli specialisti di censire le popolazioni semplicemente registrando i cori, senza catturare nemmeno un insetto. In diversi Paesi europei gli atlanti delle cicale sono stati costruiti proprio così, ascoltando.
E qui arriva il dettaglio che fa sorridere tutti: la cicala ha un udito eccellente, e il suo stesso canto è assordante. Il maschio risolve il problema disattivando temporaneamente il proprio apparato uditivo mentre canta, attenuando la sensibilità delle membrane timpaniche in sincrono con l’emissione del suono. In pratica si mette i tappi da solo per non restare stordito dal proprio richiamo. Fra una strofa e l’altra l’udito torna pienamente operativo: è anche così che percepisce i vicini di albero e un eventuale pericolo.
Il coro è un termometro: ecco perché parte, si spegne e riparte
Chiunque abbia passato un’estate in campagna lo ha notato: il frinire non è casuale. Ha regole precise, e sono regole fisiche.
- Serve calore. I muscoli del timballo funzionano bene solo quando l’insetto è caldo. Sotto una certa temperatura dell’aria il canto non parte affatto, e nelle ore fresche del primo mattino il giardino resta muto. Il coro si accende tipicamente quando la temperatura supera abbondantemente i venti gradi e il sole batte diretto sulle chiome, raggiungendo il massimo nelle ore centrali e pomeridiane delle giornate limpide.
- Basta una nuvola. Se il sole sparisce dietro un nuvolone, il volume cala in pochi secondi e a volte il silenzio è totale, per poi riprendere non appena torna la luce. Non è suggestione: è la fisiologia muscolare che rallenta con il calo di temperatura corporea.
- Tace quando ti avvicini. Se cammini verso l’albero, la cicala che sta cantando smette di colpo, e spesso si sposta sul lato opposto del tronco restando immobile. Se ti fermi e aspetti un paio di minuti, riparte. Percepisce le vibrazioni dei tuoi passi e l’ombra in movimento: interrompere il canto è la sua difesa migliore, perché il suono stesso è l’unica cosa che ne rivela la posizione a uccelli e predatori.
C’è anche un fenomeno collettivo: in molte specie i maschi si sincronizzano in cori, perché un gruppo che canta insieme è più difficile da localizzare per un predatore e più attrattivo per le femmine a distanza.
Gli anni invisibili: la vita sotto il tuo prato
Questa è la parte che cambia completamente il modo di guardare il giardino. Dopo l’accoppiamento, la femmina incide con il suo ovopositore la corteccia dei rametti giovani e depone lì dentro le uova, al riparo nel legno. Alla schiusa escono minuscole ninfe che si lasciano semplicemente cadere a terra e si infilano nel suolo.
Da quel momento comincia una vita sotterranea che dura anni. La ninfa, dotata di zampe anteriori robuste e scavatrici, si costruisce gallerie e cellette nel terreno, di norma entro il primo mezzo metro di profondità, e si attacca alle radici degli alberi succhiando la linfa grezza che scorre nei vasi legnosi: un liquido poverissimo di nutrienti, ed è proprio per questo che la crescita è lentissima. Nelle specie mediterranee si parla in genere di alcuni anni, spesso da due a cinque o più a seconda di specie, clima e suolo. Le celeberrime cicale periodiche americane, quelle che emergono in massa dopo 13 o 17 anni esatti, sono un caso estremo che riguarda il Nord America e non l’Italia: da noi non esistono sciami sincronizzati di quel tipo, le emersioni sono scaglionate ogni anno.
Quando è matura, la ninfa risale in superficie in una notte calda, si arrampica sul primo supporto verticale che trova (tronco, muretto, palo, stelo robusto), si ancora saldamente e compie l’ultima muta. L’adulto esce dalla schiena del vecchio involucro, bianco e molle, e nel giro di qualche ora indurisce e prende colore. Poi vive poche settimane, giusto il tempo di cantare, accoppiarsi e deporre: la stagione del canto è la brevissima vacanza finale di un’esistenza passata quasi tutta al buio.

Alla domanda dove vanno le cicale in inverno la risposta è dunque: in inverno, sotto terra, c’è la generazione successiva. Gli adulti muoiono alla fine dell’estate, ma il giardino non è affatto vuoto.
Leggere i segni: l’esuvia sul tronco e i rametti secchi
Due tracce raccontano tutta la storia, e si trovano facilmente.
Il guscio vuoto aggrappato alla corteccia
È l’esuvia: l’involucro della ninfa, bruno, perfettamente integro, con una fessura a T sul dorso e le zampe ancora aggrappate. Trovarne una significa che proprio lì, sotto quella pianta, una cicala ha completato il suo ciclo. Non è un insetto morto né un parassita: è un reperto, utilissimo anche per l’identificazione della specie. Lasciala dov’è o conservala, è fragile ma durissima a deteriorarsi.
I rametti che seccano all’improvviso
Se in piena estate noti alla periferia della chioma dei rametti che ingialliscono e seccano di colpo, mentre il resto della pianta è sanissimo, guarda la corteccia da vicino: spesso trovi una fila di incisioni allineate, come una cucitura a punti. Sono le camere di ovideposizione. Il rametto, indebolito, può spezzarsi al vento e rimanere penzoloni: in inglese questo sintomo è chiamato flagging, bandierine.
Le cicale fanno davvero danni agli alberi?
Su una pianta adulta e in salute, la risposta è sostanzialmente no. La suzione di linfa delle ninfe sulle radici è trascurabile se non in situazioni di densità eccezionale, e le incisioni sui rametti equivalgono a una potatura naturale della periferia della chioma: l’albero reagisce ricacciando senza problemi. Le linee guida dei servizi di divulgazione agricola che hanno studiato le emersioni di massa sono concordi nel considerare gli alberi maturi non a rischio.
Le attenzioni vanno riservate ai casi particolari:
- Giovani piante appena messe a dimora e astoni in vivaio: su un alberello alto un metro e mezzo, decine di incisioni possono davvero compromettere la struttura o spezzare il fusto. È l’unico scenario in cui vale la pena intervenire.
- Olivi e oliveti. Le cicale depongono volentieri sui rametti dell’olivo e le incisioni sono ben visibili sulla corteccia giovane. Le indagini condotte in oliveti mediterranei mostrano che la densità delle ferite da ovideposizione varia molto con la gestione dell’impianto e con la posizione nella chioma, concentrandosi in zone preferenziali. Per l’olivo adulto si tratta di un danno estetico e di lieve entità, da monitorare ma non da combattere a tappeto.
Il modo corretto di proteggere una pianta giovane non è l’insetticida, che non risolve e colpisce pronubi e ausiliari, ma una semplice rete antinsetto o un tessuto traspirante avvolto intorno alla chioma nelle settimane di massima attività, da togliere subito dopo. Sui rametti già incisi si taglia solo ciò che è davvero spezzato o secco, senza accanirsi.
Sono pericolose per noi, per i bambini e per cani e gatti?
No, e vale la pena dirlo chiaramente perché la domanda ricorre ogni estate. La cicala non punge, non morde, non trasmette malattie, non è velenosa, non infesta le case e non danneggia mobili, tessuti o alimenti. Se entra da una finestra è solo disorientata: basta accompagnarla fuori con un bicchiere e un cartoncino. Cani e gatti ogni tanto ne catturano e ne mangiano qualcuna: non è tossica, il peggio che può capitare è un piccolo disturbo digestivo se l’animale esagera con le parti chitinose. Il rostro serve per bucare la corteccia, non la pelle; contatti accidentali con l’uomo sono rarissimi e del tutto privi di conseguenze.
Cosa fare (e cosa evitare) in giardino, stagione per stagione
Qui sta il senso pratico di tutta la storia: il canto che ascolterai fra due o tre estati dipende da come tratti il terreno oggi.
- Evita le lavorazioni profonde sotto chioma. Vangature, fresature ripetute e scassi sotto olivi, frassini, querce, platani e siepi distruggono gallerie e ninfe. Se devi lavorare, limita la profondità e lascia intatta la fascia più vicina al tronco.
- Non compattare il suolo. Passaggi continui di mezzi pesanti, pavimentazioni e teli plastici impermeabili sotto le piante rendono il terreno inospitale per la fauna del suolo, cicale comprese.
- Attenzione alle potature autunnali e invernali drastiche. Se elimini in blocco tutti i rametti giovani della periferia della chioma, butti via anche le uova deposte in estate. Una potatura equilibrata non è un problema; una spuntatura totale ripetuta ogni anno sì.
- Lascia stare le esuvie sui tronchi e non raschiare la corteccia per toglierle: non sono focolai di nulla.
- Niente trattamenti insetticidi al suolo contro le ninfe: inefficaci, costosi e dannosi per lombrichi e microfauna utile.
- Irrigazione regolare delle piante giovani: una pianta ben nutrita e idratata supera senza conseguenze sia le incisioni sia il prelievo di linfa.
Due curiosità che vale la pena sapere
La prima riguarda la favola della cicala e della formica, che ha dato all’insetto una pessima fama immeritata. La cicala adulta non è una sfaticata che ha sprecato l’estate: canta per poche settimane dopo anni di lavoro sotterraneo, e morirà comunque prima dell’autunno, con o senza provviste. Il suo canto non è ozio, è l’unico momento riproduttivo di tutta la vita.
La seconda riguarda il clima. Essendo insetti strettamente legati al calore, le cicale sono ottimi indicatori: estati più lunghe e calde tendono ad anticipare le emersioni e a prolungare la stagione del canto, e alcune specie mediterranee stanno risalendo verso nord e verso quote più elevate. Il frinire che senti dal terrazzo, insomma, è anche un piccolo bollettino ambientale.
La prossima volta che il giardino esplode di suono nel pomeriggio di agosto, prova a fare una cosa: avvicinati piano al tronco, aspetta che il canto si interrompa, resta immobile. Quando riparte, hai individuato l’albero esatto. E se poi, guardando la corteccia, trovi un piccolo guscio vuoto aggrappato lì da settimane, hai davanti la prova che quell’insetto è nato a casa tua, dopo anni passati a crescere sotto i tuoi piedi, in silenzio.
Fonti
- Bennet-Clark H.C., Young D. (1995). The Role of the Tymbal in Cicada Sound Production. Journal of Experimental Biology.
- The tymbal of a cicada: nature’s sound-generating metastructure (2025). Nature Communications.
- Young D., Josephson R.K. Mechanisms of sound-production and muscle contraction kinetics in cicadas. Journal of Comparative Physiology A.
- Simmons P., Young D. Neuromuscular mechanism of sound production in Australian cicadas. Journal of Comparative Physiology.
- Williams K.S., Simon C. (1995). The Ecology, Behavior and Evolution of Periodical Cicadas. Annual Review of Entomology.
- Olive Growing Farming System and Damage by Cicadas (2024). MDPI.
- University of Maryland Extension. Cicadas in Maryland.
- University of Connecticut. Cicadas: Pest status.
- University of Wisconsin-Madison Division of Extension. Cicadas.
- Gjonov I. et al. Checklist and provisional atlas of singing cicadas (Hemiptera: Cicadidae), based on bioacoustics. Biodiversity Data Journal.
- La Valle del Metauro. Scheda naturalistica: Cicada orni.





