I Romani sapevano operare la cataratta duemila anni fa

Nel Museo Archeologico di Napoli, in una teca che molti visitatori superano senza fermarsi, sono esposti degli strumenti chirurgici trovati a Pompei. Aghi sottilissimi, pinze, divaricatori, bisturi con lame intercambiabili. Hanno 2.000 anni e sembrano usciti da un ambulatorio moderno. Tra questi c'è un ago ricurvo lungo pochi centimetri, con una punta perfettamente levigata. Serviva per operare la cataratta.

Non è un caso isolato. Strumenti chirurgici romani sono stati trovati in decine di siti, da Pompei a Rimini, da Efeso a Londra. I Romani praticavano la chirurgia oculistica con regolarità, e l'intervento per la cataratta era tra quelli più documentati.

Come funzionava l’operazione

La tecnica si chiamava couching (dal latino deprimere) e fu descritta in dettaglio dal medico romano Aulo Cornelio Celso nel I secolo d.C. nel suo trattato De Medicina, uno dei testi medici più importanti dell'antichità.

La procedura era questa: il paziente sedeva di fronte al chirurgo, con la testa immobilizzata da un assistente. Il chirurgo inseriva un ago sottile attraverso la sclera (la parte bianca dell'occhio), raggiungeva il cristallino opacizzato dalla cataratta e lo spingeva verso il basso, fuori dal campo visivo. Il cristallino non veniva rimosso: veniva dislocato nella parte inferiore dell'occhio, dove non bloccava più la luce.

L'operazione durava pochi minuti. Non c'era anestesia nel senso moderno, ma Celso raccomandava l'uso di sostanze soporifere (probabilmente a base di oppio e mandragora) e di mantenere il paziente calmo. Dopo l'intervento, l'occhio veniva bendato con lana imbevuta di albume d'uovo e il paziente doveva restare al buio per diversi giorni.

Il risultato non era perfetto: senza il cristallino, il paziente diventava fortemente ipermetrope. Ma passava dal buio totale alla capacità di vedere forme, luce e movimento. Per chi era cieco, era la differenza tra la dipendenza totale e una vita autonoma.

Gli strumenti trovati a Pompei e non solo

La Casa del Chirurgo a Pompei, scavata nel XVIII secolo, ha restituito oltre 40 strumenti chirurgici in bronzo e ferro, il corredo medico più completo dell'antichità. Tra questi, aghi per cataratta, pinze per estrazione di frammenti ossei, cauteri, specilli, e bisturi con lame rimovibili, un principio che la chirurgia moderna ha reintrodotto solo nell'Ottocento.

A Rimini, nel 1989, durante scavi in Piazza Ferrari, fu scoperta la Domus del Chirurgo, datata al II-III secolo d.C. Conteneva 150 strumenti chirurgici, il ritrovamento più ricco mai effettuato. L'analisi degli strumenti, condotta dall'Università di Bologna e oggi esposti al Museo della Città di Rimini, ha rivelato che il medico che li possedeva era specializzato in chirurgia d'urgenza e traumatologia, probabilmente un chirurgo militare.

Non erano barbieri con il coltello

L'idea che la medicina antica fosse primitiva è uno dei pregiudizi più resistenti. In realtà, i chirurghi romani seguivano un percorso di formazione rigoroso. Galeno, il medico greco attivo a Roma nel II secolo d.C., descrive nei suoi trattati tecniche chirurgiche per cataratta, ernie, calcoli alla vescica, amputazioni e persino interventi al cranio (trapanazione).

I medici romani non operavano alla cieca. Conoscevano l'anatomia attraverso la dissezione (praticata ad Alessandria d'Egitto) e sapevano distinguere arterie da vene, nervi da tendini. Celso elencava le quattro qualità che un chirurgo doveva avere: "mano ferma, vista acuta, animo impavido e cuore compassionevole". Un elenco che qualsiasi scuola di medicina potrebbe adottare oggi.

L'oftalmologa Luciana Borrelli dell'Università della Campania Luigi Vanvitelli, che ha studiato gli strumenti oculistici romani, ha osservato che "la precisione costruttiva di quegli aghi è paragonabile a quella degli strumenti moderni. La differenza non stava nella manualità del chirurgo, ma nell'assenza di anestesia e antisepsi".

Duemila anni fa un chirurgo romano poteva ridarti la vista in pochi minuti, con un ago di bronzo e mani ferme. Oggi lo facciamo con il laser. La differenza è la tecnologia. Il principio è lo stesso.

Fonti: Celso A.C., De Medicina (I sec. d.C.); Galeno, Opera Omnia; Museo Archeologico Nazionale di Napoli; Domus del Chirurgo, Museo della Città di Rimini; Università di Bologna; Università della Campania Luigi Vanvitelli.

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